MGI e Vigilar, il progetto anglo-italiano per produrre droni d’attacco nella Motor Valley 

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La guerra combattuta da Russia e Ucraina ha reso evidente come il drone d’attacco sia passato dall’essere un’arma accessoria a risorsa essenziale di cui disporre sul campo di battaglia. Per questo gli eserciti occidentali, dopo i rapporti stilati dagli osservatori, dagli analisti e dagli strateghi militari, intendono colmare il ritardo accumulato rispetto a un avversario teorico come la Federazione Russa, seguendo la lezione impartita dall’Ucraina, che è stata capace di predisporre una rete di produzione di droni armati che potesse garantire lo schieramento necessario. In questo scenario, anche l’Italia sta muovendo i primi passi verso una capacità produttiva nazionale, attraverso il progetto MGI Italia, una joint venture italo-britannica che punta a realizzare nel nostro Paese una nuova generazione di droni armati destinati ai mercati della difesa. Ma chi c’è dietro questa iniziativa e quale ruolo potrebbe ritagliarsi nel panorama europeo?

Lo scorso 4 giugno, presso Villa Wolkonsky, residenza dell’ambasciatore britannico a Roma, è stata svelata MGI Italia, una joint venture tra la britannica MGI Engineering e l’italiana Vigilar Group, che troverà la sua base a Modena, nel cuore della Motor Valley. L’obiettivo delle due aziende, che intendono muovere un importante passo nel campo dell’elaborazione di sistemi decisamente sensibili, è quello di sviluppare e industrializzare tecnologie avanzate per i settori della difesa, della sicurezza, dell’aerospazio e delle applicazioni dual-use, facendo leva sulle competenze ingegneristiche italiane e sull’esperienza maturata dai due partner nei rispettivi ambiti.

Chi conosce la MGI Engineering sa che non si tratta di un’azienda focalizzata sul settore della difesa. L’azienda, che ha sede nell’Oxfordshire, è stata fondata da Mike Gascoyne, tra i più noti progettisti della Formula 1, che nel corso della sua carriera ha ricoperto il ruolo di direttore tecnico per scuderie come Jordan, Renault, Toyota, Force India e Caterham. Ciononostante, negli ultimi anni la società ha progressivamente trasferito il know-how maturato nel motorsport verso l’ingegneria aerospaziale, lo sviluppo di sistemi autonomi e di piattaforme destinate al settore della difesa, applicando ai programmi militari gli stessi principi di progettazione rapida, riduzione del peso e ottimizzazione delle prestazioni tipici delle competizioni automobilistiche. Vigilar Group, fondata oltre un secolo fa e attiva nei settori dell’intelligence privata, della sicurezza e dei servizi investigativi avanzati, invece, ha avviato negli ultimi anni un percorso di diversificazione verso il comparto della difesa, annunciando nel 2025 una partnership strategica con l’azienda britannica, destinata proprio allo sviluppo e alla futura produzione di sistemi autonomi.

Obiettivo: centinaia di droni al mese

Sebbene le informazioni ufficiali sui piani di questa joint venture siano ancora limitate, MGI Italia ha fatto riferimento alla volontà di sviluppare sistemi unmanned, tecnologie dual-use e piattaforme aerospaziali avanzate senza entrare nei “dettagli”. Una scelta comprensibile, considerando la natura sensibile del settore. Tuttavia, diverse informazioni diffuse negli ultimi mesi dalla stessa MGI Engineering indicano come la collaborazione con Vigilar sia nata per industrializzare piattaforme UAV già sviluppate dall’azienda britannica, tra cui i sistemi SkyShark e TigerShark, progettati per missioni di sorveglianza e attacco in ambienti ad alta intensità operativa.

Nonostante le poche informazioni disponibili, si ritiene che il piano di sviluppo di queste nuove tecnologie intenda sfruttare la rete industriale dell’Emilia-Romagna e la filiera di aziende altamente specializzate cresciuta intorno alla Motor Valley, per ottenere una capacità produttiva che potrebbe anche sfornare “centinaia di velivoli al mese”. Numeri che, se confermati, rappresenterebbero un salto di qualità significativo per l’Italia, che vanterebbe una risorsa importante, sul proprio territorio, nella remota evenienza che tali piattaforme dovessero essere acquisite e schierate in tempi brevi. La guerra in Ucraina ha dimostrato come i droni da combattimento siano passati in breve tempo da “sistemi d’arma” impiegati in modo episodico ad arma fondamentale da produrre in grandi quantità, aggiornare rapidamente e rimpiazzare con altrettanta velocità, seguendo la logica dell’attrito industriale come risposta alla guerra d’attrito: chi riesce a mantenere elevati ritmi produttivi dispone di un vantaggio operativo destinato a incidere direttamente sull’andamento delle operazioni.

Se fino a pochi anni fa la superiorità tecnologica di una potenza era misurata soprattutto dal numero di carri armati o di caccia di ultima generazione o sistemi missilistici disponibili, oggi, la guerra convenzionale passa anche dalla capacità di progettare e costruire rapidamente migliaia di droni per ingaggiare il nemico con i suoi “sciami”. Una lezione appresa sul campo in Ucraina che sta ridisegnando le priorità dell’industria della difesa occidentale e alla quale, almeno questa volta, anche l’Italia sembra intenzionata a non arrivare in ritardo.