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L’intelligenza artificiale a rischio bolla? Ci sono mille miliardi di motivi per non eliminare almeno il sospetto dall’equazione. Mille come i miliardi di dollari di affari promessi da OpenAI, la creatrice di ChatGpt tuttora nell’ibrida situazione di non essere più solo il laboratorio di un tempo senza ancora aver preso pienamente la struttura “for profit”, ai nomi più importanti dell’industria tecnologica statunitense.

Il “gioco di specchi” dell’Ia

L’azienda di Sam Altman, potenziata da importanti iniezioni di capitale (da SoftBank a Nvidia), ha preso in questo 2025 una massa di impegni in termini di prenotazione di futura potenza di calcolo o di programmi di fornitura di asset tecnologici necessari a implementarla tale da sommare un valore di risorse pari alla metà del Pil dell’Italia. Ed emergono legittimi dubbi sulla capacità del gruppo di San Francisco di soddisfarli.

Parliamo dell’esempio plastico di quello che l’avvocato Luca Picotti, studioso del legame tra relazioni commerciali e sicurezza nazionale, ha definito “gioco di specchi” dell’intelligenza artificiale, commentando il gioco incrociato in atto. In sostanza: i clienti finali del settore Ia, gruppi come OpenAI, sono attenzionati sul fronte dei finanziamento da chi poi potrebbe diventare fornitore degli stessi. Il caso classico è Nvidia, che ha promesso di investire 100 miliardi di dollari nella creatura di Altman in cambio dell’impegno di vedere le proprie unità tecnologiche, i propri processori e le proprie tecnologie critiche di ogni tipo impegnate nello sviluppo della potenza di calcolo che gli uomini di Altman opereranno anche nel quadro del progetto Stargate.

OpenAI ha poi siglato accordi con  il produttore di chip Advanced Micro Device (Amd) per affari multimiliardari che hanno consentito di sfondare la quadrupla cifra, in termini di miliardi, di programmi d’acquisto.

“Gli accordi garantirebbero a OpenAI l’accesso a una capacità di calcolo di oltre 20 gigawatt, equivalenti all’incirca alla potenza di 20 reattori nucleari, nel prossimo decennio”, nota il Financial Times. Le previsioni, insomma, sono di un investimento in conto capitale pari a almeno tre manovre finanziarie italiane ogni anno, tutti gli anni, fino al 2035, senza curarsi di condizioni economiche cogenti, prospettive di ritorno effettivo, inflazione e via dicendo.

Il rischio bolla

Il Ft stima che “secondo le stime dei dirigenti di OpenAI, ogni GW di capacità di elaborazione dell’IA costa circa 50 miliardi di dollari ai prezzi attuali, per un costo totale di circa 1.000 miliardi di dollari”, fatto che impone anche una contropartita: ChatGpt e i prodotti correlati devono generare flussi di cassa colossali nelle loro applicazioni, capaci di giustificare tale spesa Scrive il Ft che al contempo “gli accordi hanno vincolato alcuni dei più grandi gruppi tecnologici del mondo alla capacità di OpenAI di diventare un’azienda redditizia in grado di far fronte ai suoi obblighi finanziari sempre più elevati”, peraltro poche settimane dopo che il suo stesso Ceo ha affermato candidamente di ritenere l’Ia a rischio bolla.

Insomma, l’Ia sembra l’ultimo stadio del capitalismo industriale e finanziario, talmente espanso da ritenere anche numeri, dati e progettualità accessorie. Conta l’euforia, conta l’idea di cavalcare la tigre. Verso dove? Ancora non si sa. La speranza è che la frontiera infinita si espanda in ogni direzione e trascini una rivoluzione economica, tecnologica, financo antropologica tale da rendere giustificata questa euforia. Ma la prospettiva di un grande “pagherò” che presto o tardi dovrà essere riscosso non è fugata. E lascia dubbi sulla possibilità che i grandi investimenti in conto capitale promessi possano generare i ritorni sperati. O forse, in fin dei conti, perfino materializzarsi effettivamente.

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