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Con 280 miliardi di euro di stanziamento il Chips and Science Act del presidente statunitense Joe Biden approvato nelle scorse settimane dal Congresso Usa rappresenta uno dei maggiori piani di politica industriale approvati negli Usa negli ultimi decenni. E un perno di quella Bidenomics fondata su transizione energetica, rilancio dell’industria e centralità del mercato interno che secondo il presidente Usa proprio con il ritorno in patria delle produzioni strategiche come i microchip potrà prendere piede. La mossa ha anche chiara ed esplicita valenza geopolitica nel quadro della sfida con la Cinaoffrendo 50 miliardi di dollari in sovvenzioni ai produttori in cambio dell’impegno a non investire per dieci anni in Cina.

La manovra però potrebbe avere un bersaglio indiretto, e non necessariamente voluto, nell’Europa. Area che gli Usa intendono arruolare come alleata nel quadro della corsa globale alla ridefinizione delle catene del valore plasmando una vera e propria “alleanza delle democrazie” sulla tecnologia di frontiera. Ma che dal Chips Act a stelle e strisce potrebbe essere colpita.

Formiche ha descritto le dinamiche del Chips Act partendo dalle scelte delle aziende, analizzate sia dal Financial Times che da Nikkei a inizio agosto come fortemente orientate al via libera al pacchetto di Biden. “Le americane come Intel e Qualcomm (tre le leader nel mercato cinese di semiconduttori avanzati) stavano già ridimensionando le operazioni cinesi” e in più prima dell’approvazione della legge “diverse aziende avevano già promesso che avrebbero investito negli Stati Uniti: la taiwanese Tsmc ha messo sul piatto 12 miliardi di dollari, Samsung 17, SK Hynix (solo recentemente) 15. Numeri che non si vedono sul versante cinese”. La mossa di Biden e le sue conseguenze mostrano come oramai negli Usa l’idea di evolvere strategie concrete di politica industriale non sia più un tabù, come ha sottolineato Emily Kilcrease, direttrice del programma Energia, economia e sicurezza del Center for a New American Security, ma anche il fatto che ci sia una concreta minaccia di cannibalizzazione americana dei programmi comunitari.

Forti delle risorse acquisite sul fronte interno e dei miliardi di investimenti che potranno abilitare i produttori Usa si trovano nella condizione ottimale per poter gestire i rapporti di forza tra le due sponde dell’Atlantico nel migliore dei modi. Come analizzato su queste colonne, infatti, il punto critico per la produzione dei chip sta nel processo intermedio di assemblaggio di chip complessi a partire dai prodotti di base, realizzati soprattutto a Taiwan. Questa è la fetta di catena del valore a cui gli Usa puntano per isolare la Cina ma al contempo rappresenta anche quella attenzionata maggiormente dall’Unione Europea. Con la quale le strategie rischiano di sovrapporsi. Lo European Chips Act approvato l’8 febbraio 2022 dalla Commissione Europea ha dato semaforo verde stanziamento di 43 miliardi di euro per la creazione di una filiera europea di design e produzione dei chip. L’Europa è scesa in trent’anni dal 40 al 10% della quota mondiale di produzione e vuole investire almeno 11 di questi 43 miliardi per finanziare ricerca, formazione, progettazione, realizzazione e sperimentazione di prototipi, aprendo all’ingresso di risorse ulteriori dal settore privato per rendere l’Europa indipendente.

Gli obiettivi dei vari Paesi sono potenzialmente confliggenti. Washington vuole attrarre le compagnie asiatiche e le europee con gli sconti fiscali e i sussidi per gli investimenti, l’Europa mira a consolidare il mercato interno ma non ha messo in campo una potenza di fuoco tale per essere a sua volta l’epicentro del reshoring industriale. Aziende come l’olandese Asml e l’italo-francese STMicroelectronics sono presenti negli Usa ove portano le loro competenze industriali avanzate (specie nel campo della litografia) al servizio del piano da 280 miliardi di dollari, ma l’Europa non ha un potere attrattivo tale da rendere analogamente complementare gli investimenti Usa sul suo territorio. E il rischio è che i piani europei dei colossi Usa, come la manovra con cui Intel offrirà 80 miliardi di dollari in dieci anni per investimenti nel Vecchio Continente di cui 5 in Italia per una nuova factory, diventino funzionali a creare catene di subfornitura a basso valore aggiunto non contribuendo dunque al piano europeo di riduzione della dipendenza della filiera dall’estero.

Siamo, dunque, al punto di partenza generale di questo primo biennio dell’era Biden: Washington indica l’Europa come satellite e ha interesse a vedere il Vecchio Continente inserito nella sua rete strategica. Vale per le alleanze geostrategiche, per l’energia, per la risposta alla crisi ucraina in cui la mossa principale di Biden e degli Usa è stata la riduzione di ogni margine operativo per l’autonomia strategica europea incentrata sull’asse franco tedesco. Non può non valere anche per i microchip, abilitatori della contesa industriale più importante dei nostri tempi. All’Europa onore e onere di sviluppare piani ambiziosi per evitare di scambiare una dipendenza, quella dalla Cina, con una posizione di minorità in un contesto decisivo. In cui i capitali, le tecnologie e le competenze europee possono giocare un ruolo importante.

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