Capire la finanza, per capire il mondo FOLLOW THE MONEY

Roma, 8 marzo 2023. Benjamin Netanyahu arriva a Palazzo Chigi per incontrare Giorgia Meloni. Poche ore prima, il direttore dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, Roberto Baldoni, si dimette. Una coincidenza che molti leggono come segnale di dissenso: non tutti, nei palazzi romani, erano convinti di aprire le porte dei dati strategici italiani alle tecnologie israeliane. Ma la politica va avanti, e in nome del business i dubbi si mettono da parte.

Il 4 maggio dello stesso anno, Ofir Akunis, ministro israeliano per l’Innovazione, atterra a Roma. Chiede che le imprese italiane vadano a investire in Israele, “leader mondiale dell’hi-tech”. Non è un appello generico: il primo terreno comune è la cybersecurity, settore in cui la linea di confine tra civile e militare si assottiglia fino a sparire.

La legge che cambia le regole

Nel 2024 arriva il passo decisivo. Con un emendamento mirato, il governo Meloni modifica la legge sulla cybersicurezza: non più cooperazione limitata all’area Nato e Ue, ma apertura anche a Paesi “con accordi in essere con l’Unione o con la Nato”. Un modo elegante per spalancare le porte a Israele. Da lì in avanti, accordi e progetti si moltiplicano.

Leonardo si lega alla Israel Innovation Authority e alla Ramot di Tel Aviv. La fondazione Med-Or, promossa da Leonardo, collabora con l’INSS israeliano. L’Agenzia italiana per la cybersicurezza scambia pratiche e tecnologie con la controparte di Tel Aviv. Università come Bari e Firenze avviano progetti di formazione con atenei israeliani. Siamo davanti a una rete fittissima, che non riguarda solo la ricerca accademica ma entra nei gangli dell’economia reale.

I soldi, le reti, le aziende

Dietro la facciata della cooperazione scientifica c’è un flusso rilevante di interessi economici. A Forlì, il polo di telecontrollo di Hera monitora la sicurezza della rete idrica di Mekorot, la grande compagnia pubblica israeliana. A Milano, il fondo Planven – fondato da Giovanni Canetta Roeder e Rosario Bifulco – investe in cybersecurity con partner di primo piano in Israele. E nell’ottobre 2023, al Congresso astronautico internazionale di Milano, Israele si presenta in forze con le sue agenzie e i suoi campioni industriali come IAI ed Elbit Systems.

Questa cooperazione, presentata come motore di occupazione e di sviluppo, poggia però su tecnologie dual use, cioè utilizzabili tanto in campo civile quanto in quello militare. Non è un dettaglio: significa che i progetti condivisi per difendere le nostre reti energetiche o idriche possono tradursi, domani, in capacità belliche esportabili su altri scenari.

Quando l’etica bussa alla porta

Il 30 giugno 2025 la svolta. Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU per i territori palestinesi, pubblica un rapporto durissimo: la cybersecurity, scrive, è la base della “economia del genocidio” a Gaza. Il messaggio è chiaro: le stesse tecnologie che servono a difendere ospedali e centrali elettriche, se esportate in Israele, contribuiscono a sostenere l’occupazione e la guerra.

Le università italiane reagiscono. A Firenze cinque dipartimenti, compresi Matematica e Informatica, tagliano i rapporti con gli atenei israeliani. A Bari il Senato accademico condanna le violazioni dei diritti umani da parte di Tel Aviv e chiede la sospensione delle intese. Altri atenei, da Pisa a Palermo, si erano già mossi in questa direzione. La ricerca non può restare neutrale quando il conflitto entra nelle aule.

L’Italia tra due fuochi

Da una parte, il governo che vede in Israele un partner strategico e una scorciatoia per rafforzare la difesa digitale del Paese. Dall’altra, un mondo accademico che ricorda come il diritto internazionale e l’etica non possano essere sacrificati sull’altare del profitto. È la fotografia di un’Italia divisa tra la spinta ad agganciarsi al treno dell’hi-tech israeliano e il timore di diventare complice di una guerra combattuta anche con i bit.

Il cuore della questione sta qui: fino a che punto l’Italia può aprirsi alla tecnologia israeliana senza perdere pezzi della propria sovranità digitale? Ogni accordo su intelligenza artificiale, cybersecurity e reti critiche implica condivisione di dati sensibili. È un dilemma che il governo non ha mai affrontato in pubblico ma che resta sul tavolo: chi controlla gli algoritmi e i sistemi che difendono le nostre infrastrutture? E cosa succede se l’interesse nazionale italiano entra in rotta di collisione con quello israeliano?

Conclusione: un’alleanza a rischio

La partnership cyber tra Roma e Tel Aviv è oggi un laboratorio di opportunità e contraddizioni. Può portare investimenti, posti di lavoro, know-how tecnologico. Ma può anche trasformarsi in un boomerang politico, se la percezione pubblica continuerà a legarla alla guerra di Gaza. La sfida per l’Italia è chiara: tenere insieme la logica del business con la fedeltà ai principi del diritto internazionale. Un equilibrio instabile, che rischia di incrinarsi a ogni bombardamento su Gaza o a ogni mozione approvata in un senato accademico.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto