Franco Gabrielli è stato scelto da Mario Draghi per la carica di autorità delegata alla sicurezza della Repubblica e di coordinamento dei servizi segreti per normalizzare un contesto reso teso e animato dal braccio di ferro tra apparati e dai “giochi di spie” che hanno animato la fase terminale del governo Conte II. Specie dopo il goffo tentativo dell’ex premier di creare motu proprio il controverso Istituto italiano di cybersicurezza.

Proprio dal tema cyber l’ex capo della Polizia è voluto partire per la sua attività di riorganizzazione e di gestione dei servizi segreti, valorizzati dal loro ultimo rapporto al Parlamento come uno dei perni del sistema di sicurezza nazionale, annunciando la volontà di dare una strutturazione concreta alla gestione nazionale del mondo cyber andando oltre un approccio ritenuto, in passato, troppo focalizzato sulla gestione emergenziale. E non va sottovalutato il fatto che la prima ammissione di questa volontà sia stata fatta, l’8 aprile scorso, al convegno “Le nuove reti per l’industria italiana e per i consumatori” organizzato da Fratelli d’Italia, partito che rappresenta l’unica forza di opposizione al governo Draghi e secondo le prerogative della Legge 124 del 2007 dovrà in futuro assumere la presidenza del Copasir. Un atto di grande tatto istituzionale, a testimonianza della natura unitaria e trasversale dei servizi.

La rivoluzione cyber di Gabrielli

Intervenendo al convegno del partito di Giorgia Meloni Gabrielli ha dichiarato che “è arrivato il tempo di creare un’agenzia che tratti in maniera olistica il tema della sicurezza cibernetica. Dobbiamo affrancarci da una modalità emergenziale”. Intervistato, ai margini dell’evento, da Cybersecurity Italia, l’ex direttore di Sisde e Aisi ha aggiunto che tale apparato dovrà operare in coordinamento con i servizi ma non esclusivamente al loro interno, dato che la sicurezza cibernetica non può essere più affidata al Dis che deve occuparsi di intelligence”.

Il tema cyber è questione da tempo preminente nell’agenda della sicurezza nazionale di tutte le maggiori potenze ma, come ha ricordato anche il professor Umberto Saccone conversando con InsideOver, nell’era odierna i servizi necessitano di un chiarimento sulle modalità operative ottimali che devono condurre e a cui devono adeguarsi. Di conseguenza, mantenere unicamente sotto il cappello dei servizi l’intero comparto della cybersicurezza, che tocca temi che vanno dalla creazione di competenze alla strutturazione di attività imprenditoriali private, rischierebbe di ingolfare eccessivamente il Comparto intelligence senza dare pieno sfogo alle prospettive del sistema-Paese in materia.

Esporre eccessivamente i servizi sul cyber, inoltre, rischia di creare confusione. L’Italia necessita di investimenti strategici in ricerca, di avviare una diffusione della conoscenza sul tema cyber a livello scolastico e universitario, di creare incubatori e acceleratori tecnologici per imprese e start-up, di sensibilizzare la diffusione della cultura della sicurezza a livello pubblico e privato. Di creare, dunque, un ecosistema in cui i servizi possano mantenere il dovuto monitoraggio e a cui possano pescare per precise necessità di organico e operatività.

Come si delinea l’idea di Gabrielli

Parlando in termini tecnici, l’idea di Gabrielli è di porre ordine laddove l’idea di Conte dell’Iic creava confusione. Ovvero permettere che alle strutture della Difesa e dell’intelligence competano tutte le attività di cyber-defence cyber intelligence, lasciando al nuovo apparato la cyber-resilience e lo sfruttamento degli investimenti del Recovery Fund diretti alla cybersicurezza, in modo tale da permettere un’efficace applicazione del perimetro nazionale di sicurezza cybernetica e valutare l’impatto critico delle nuove tecnologie, 5G in primis.

L’agenzia, secondo quanto Formiche ha potuto anticipare, dovrebbe far capo alla presidenza del Consiglio, ma restare fuori dal perimetro del Dis e non costituire la “terza branca” dei servizi, con i quali in ogni caso si coordinerebbe, mantenendo al suo interno una fondazione in grado di promuovere investimenti strategici e di creare nuove realtà imprenditoriali funzionali al rafforzamento dell’Italia nel settore. Tra le varie istanze, con questa strutturazione, “diventerà preponderante quella su cui insiste molto Gabrielli, ovvero una cooperazione tra pubblico e privato, in cui la capacità di segnalare in real time, proprio in base all’attuazione del perimetro cibernetico, i problemi di attacco delle singole aziende, dalla più piccola alla più grande, porterebbe un valore aggiunto fondamentale”, ha scritto su Agenda Digitale l’analista Marco Santarelli.

La reattività sul tema delle minacce cibernetiche è un “termometro” della resistenza di un sistema sotto il profilo della sicurezza economica, e l’Italia deve rafforzare la sua capacità di difendersi da azioni ostili, asimmetriche e imprevedibili e diffondere a livello sistemico la vitale cultura della sicurezza che la pandemia ha rivelato imprescindibile per tutti gli attori pubblici e privati. E il cyber assume la natura di una fondamentale cartina di tornasole per capire in che misura l’Italia potrà essere competitiva nella governance della futura rivoluzione digitale. La divisione di competenze e l’ampliamento del perimetro oltre il solo steccato dei servizi proposto da Gabrielli va nella giusta direzione per inaugurare politiche capaci di produrre risultati positivi per l’ecosistema sociale ed economico.

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