Il titolo è presumibilmente un omaggio ad House of Cards, la nota serie televisiva che, fondendo realtà e fiction, racconta gli intrighi del potere che muovono la politica degli Stati Uniti. Meccanismi del genere, secondo la reporter tecnologica del Washington Post, Eva Dou, avrebbero contribuito a plasmare anche una delle più importanti società cinesi: Huawei. Nel suo ultimo libro House of Huawei. The Secret History of China’s Most Powerful Company, l’ex corrispondente dalla Cina del quotidiano statunitense ha raccontato “la storia segreta dell’azienda più potente” d’oltre Muraglia.
Nelle 448 pagine del saggio, appena uscito in lingua inglese con l’editore Little, Brown Book Group, Dou ha ricostruito un notevole ritratto del solitario fondatore del colosso di Shenzhen, Ren Zhengfei, e di come questo signore sia riuscito a costruire un vero e proprio impero. Basandosi su interviste e scrupolose ricerche d’archivio, House of Huawei analizza la rete globale di potere, denaro, influenza, sorveglianza e, secondo la giornalista, persino spargimento di sangue che avrebbe (il condizionale è d’obbligo) trasformato Huawei nel gigante delle telecomunicazioni che conosciamo oggi.

L’azienda più potente della Cina
Per Chris Miller, autore di Chip War, il libro di Dou fornisce il resoconto più approfondito dell’ascesa di Huawei e dei suoi complessi – e controversi – collegamenti con lo Stato di sicurezza cinese. “È una lettura essenziale per comprendere il settore tecnologico cinese e la competizione tecnologica tra Cina e Stati Uniti”, ha dichiarato l’analista in merito al volume della reporter del Wp.
Anche perché Huawei gestisce, letteralmente, la quotidianità di oltre 1,4 miliardi di persone in Cina e non solo lì. “È quasi impossibile trascorrere un giorno in Cina senza toccare una parte dell’impero di Huawei”, ha scritto il Financial Times. E a ragione, visto che l’azienda in questione vende un’enorme varietà di prodotti elettronici di consumo: dalle TV ai sistemi per la casa, dai tablet agli smartphone (e persino automobili). Le sue reti di telecomunicazioni e i suoi data center mantengono la popolazione cinese online, mentre le sue soluzioni di guida autonoma sono integrate in un numero crescente di veicoli elettrici.

Ma non è finita qui, perché Huawei progetta semiconduttori, costruisce pannelli solari, controlla persino hotel e gestisce anche sistemi di sorveglianza per i governi locali, sfruttando al contempo il suo vasto potere di acquisto e distribuzione per fare pressione su fornitori e concorrenti.
L’ambiziosa Huawei
Huawei, fondata nel 1987 a Shenzhen, è arrivata a dominare le reti di telecomunicazione globali. La sua ascesa ha tuttavia attirato il crescente controllo da parte dei Governi occidentali – Usa in primis – preoccupati del fatto che le apparecchiature di rete dell’azienda cinese possano consentire a Pechino di spiare e raccogliere dati. L’azienda ha sempre smentito ricostruzioni del genere, anche se, nel bel mezzo della Seconda Guerra Fredda, è difficile capire quale sia la verità e quale la propaganda. Washington ha in ogni caso fatto pressione sugli alleati affinché smettessero di usare le apparecchiature 5G di Huawei. Nello specifico, è stato Donald Trump, nel 2019, a sanzionare per la prima volta il colosso di Shenzhen per motivi di sicurezza nazionale.

In Cina, la crociata del tycoon ha trasformato Huawei in una specie di martire. Che adesso, dopo aver trascorso mesi complessi, sembrerebbe esser tornata in campo più agguerrita che mai. Certo, il fatto che Trump abbia scelto come segretario di Stato Usa Marco Rubio, lascia presupporre altri quattro anni turbolenti per l’azienda cinese.
Rubio ha infatti scritto in un editoriale per il Miami Herald che l’obiettivo di Huawei è il “dominio globale” e che la società non sarebbe altro che “un asset geopolitico del Partito Comunista Cinese“. Dal canto suo, Huawei continua a ripetere di essere una società privata e che il governo di Xi Jinping non interferisce né con la sua attività né con la sicurezza dei suoi prodotti.


