La storia di Dji, l’azienda cinese che ha cannibalizzato il mercato mondiale dei droni

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Controlla circa il 70% del mercato globale dei droni commerciali e quasi il 60% dell’intero settore dei velivoli senza pilota. La sua posizione è ancora più dominante nel comparto consumer, dove supera il 90% tra uso amatoriale e videografico. Ha inoltre cannibalizzato le vendite negli Stati Uniti: l’80% degli Uav in circolazione proviene dalle sue fabbriche.

Quello della cinese Dji è ormai diventato un impero mondiale. L’azienda, acronimo di Da-Jiang Innovations, traducibile come “grande frontiera dell’innovazione”, e registrata ufficialmente come Sz Dji Technology Co, è stata fondata nel 2006.

Ha sede a Shenzhen, nel cuore della Silicon Valley cinese, in un quartier generale ultra moderno composto da due torri di 200 metri e progettate dallo studio Foster+Partners. Per intendersi, sono gli stessi architetti che hanno realizzato Apple Park, la sede Apple a Cupertino.

Chi c’è dietro l’ascesa fulminea di Dji, oggi considerata, per restare in tema, la “Apple dei droni”? Tao Wang, conosciuto con il nome occidentale di Frank Wang. Questo brillante imprenditore nacque nel 1980 nell’anonima città cinese di Anju da padre ingegnere e madre insegnante.

A 10 anni ricevette in dono dai suoi genitori un fumetto molto popolare nella Cina dell’epoca. Si intitolava “Nonno, usa il cervello” e raccontava le vicissitudini di un anziano che insegna scienze ai suoi nipoti. L’ottavo volume conteneva una storia che si svolgeva a bordo di un elicottero: questa avrebbe segnato per sempre la vita del piccolo Wang. Da quel momento in poi il suo sogno sarebbe stato uno: costruire e pilotare elicotteri.

L’ossessione di Wang

“Lo ricordo così chiaramente”, ha dichiarato Wang a Forbes in un’intervista del 2015 parlando del fumetto regalatogli dai genitori. “Immaginavo di costruire un aereo che potesse seguirmi durante le escursioni o in treno, e usare una macchina fotografica per inviarmi le immagini. In realtà a quel tempo non conoscevo nemmeno il concetto di macchina fotografica. Volevo solo volare così tanto…”, ha spiegato l’uomo che avrebbe creato Dji.

Anni più tardi, quando Tao era al liceo e i suoi voti non erano buoni, pare che suo padre gli propose un patto: portare a casa una buona pagella per ricevere in cambio un elicottero radiocomandato. Il piccolo Tao diventò tra i migliori studenti della classe e ottenne l’ambito premio, un lusso nei primi anni Duemila. Solo che comandare un simile dispositivo era davvero difficile, e infatti l’elicottero si schiantò durante uno dei primi voli.

Tao non disperò. Chiese al padre di comprargli alcuni pezzi di ricambio e riuscì ad aggiustare il velivolo. Il problema di fondo, tuttavia, rimase: pilotare quell’aggeggio era dannatamente complicato. Questo creò nel giovane Wang una vera e propria ossessione, che si sarebbe presto materializzata in qualcosa di molto diverso rispetto a un semplice elicottero: un gadget volante da tenere in tasca, in grado di registrare video e scattare foto, da pilotare come in un videogioco.

L’ascesa di Dji

Wang si iscrisse all’Università di Scienza e Tecnologia di Hong Kong, dopo esser stato rifiutato dal MIT e Stanford, e aver lasciato la troppo teorica (a suo dire) Università di Shanghai.

Qui chiese una borsa di studio per sviluppare quel famoso gadget immaginato da bambino. Ottenne un budget di un migliaio di dollari, radunò un paio di compagni (che lo avrebbero presto mollato per i suoi metodi ossessivi). Tao terminò il progetto da solo e in un anno presentò il dispositivo ai suoi professori come tesi di laurea: l’elicottero si alzò in volo ma cadde nel giro di pochi minuti.

Fu un duro colpo per Tao che, incoraggiato dal suo professore universitario Li Zexiang, continuò comunque a costruire strani dispositivi nella sua stanza del dormitorio fino al 2006, quando si trasferì a Shenzhen con altri due studenti di corso per fondare Dji.

Nei suoi primi anni, Dji si concentrò sullo sviluppo di sistemi di controllo di volo per droni, in quel periodo impiegati principalmente da hobbisti e ricercatori. La prima grande svolta dell’azienda arrivò nel 2013 con il lancio della serie Phantom, una linea di droni consumer che combinava facilità d’uso con funzionalità avanzate.

Da quel momento in poi l’azienda di Wang avrebbe inanellato un successo dietro l’altro fino a cannibalizzare l’intero mercato globale dei droni. È tuttavia difficile chiedere un’intervista all’ideatore di questo impero. I portavoce di Dji rispondono che il loro capo “è molto riservato e preferisce che i riflettori siano puntati sui prodotti”.