Negli anni Settanta la cooperazione scientifica tra Stati Uniti e Cina era considerata un pilastro della distensione, di quella “diplomazia del ping pong” voluta da Henry Kissinger e celebrata persino in Forrest Gump. Dal trattato firmato da Jimmy Carter e Deng Xiaoping nel 1979 nacquero scambi che portarono a progressi comuni in genomica, sismologia ed energia pulita. I due Paesi erano su una traiettoria progressista e di apertura che sembrava poter portare a una serena coesistenza.
Oggi quell’epoca di globalizzazione scientifica sta tramontando. La fiducia reciproca è stata sostituita da una logica di scientific nationalism, scrive il Quincy Institute, un think tank geopolitico con sede a Washington: sospetti di spionaggio, restrizioni ai visti, controlli sui dati e un calo del 20% nelle pubblicazioni congiunte negli ultimi anni. La convinzione di una parte importante della politica statunitense, osservano gli autori dell’istituto, è che Pechino abbia prosperato copiando o rubando tecnologie.
Ma questa lettura è ormai obsoleta: la Cina è oggi un attore scientifico di primo piano, non un semplice emulatore. Il rischio per gli Stati Uniti è di tagliare i ponti in nome della sicurezza – in settori sensibili come intelligenza artificiale, quantistica o biotecnologie – col risultato di indebolire l’innovazione statunitense stessa. Eliminare in blocco l’interazione scientifica con la Cina non avvantaggia la sicurezza nazionale di lungo periodo, ma priva gli Stati Uniti della visibilità sulle frontiere globali della ricerca, sostengono due esperti di relazioni internazionali, Caroline Wagner dell’Ohio State University e Denis Simon della Duke University, è il rinnovo del Science and Technology Agreement (Sta) del 2024, che introduce meccanismi di reciprocità, tracciamento dei dati e risoluzione delle controversie.
Da qui nasce la proposta di un modello di smart openness: un’apertura controllata che permetta cooperazione e scambio pur con solide garanzie di sicurezza. Seguendo un protezionismo troppo paranoico, avvertono gli autori del Quincy, fondato nel 2019 da un gruppo piuttosto eterogeneo di accademici, ex diplomatici e imprenditori (tra cui Andrew Bacevich, Stephen Wertheim e Trita Parsi) con l’obiettivo dichiarato di promuovere una politica estera statunitense meno interventista e più fondata sulla cooperazione – si rischia non tanto la fuga di brevetti, ma la perdita di fiducia e di capitale umano. “Chiudere i laboratori al mondo”, scrivono Wagner e Simon, “significa rinunciare al principale vantaggio competitivo americano: l’attrazione dei migliori cervelli”.
Un dibattito che arriva mentre il ceo di Nvidia, Jensen Huang, si è convinto che la Cina è destinata a vincere la corsa globale all’intelligenza artificiale, sostenendo che gli Stati Uniti stanno perdendo terreno non solo per le restrizioni all’export dei chip, ma anche per il costo dell’energia e la mancanza di ottimismo nell’ecosistema occidentale.
Durante il Future of AI Summit organizzato dal Financial Times, Huang ha detto che “la Cina è a pochi nanosecondi dagli Stati Uniti” nello sviluppo dell’AI, ma che Washington rischia di farsi superare a causa di “censura, scetticismo e politiche miopi”. A suo giudizio, la combinazione di divieti di esportazione decisi dagli Stati Uniti e di boicottaggi reciproci da parte di Pechino (che ha vietato l’uso di chip Nvidia nei data center statali) ha quasi azzerato la quota di mercato dell’azienda in Cina.
Secondo Huang, questa strategia rischia di essere controproducente: se la Cina non potrà più comprare i chip Nvidia, investirà nelle proprie alternative, alimentando l’industria dei semiconduttori locale e riducendo la dipendenza dal software americano. “Una politica che ci fa perdere metà degli sviluppatori mondiali ci danneggia più di quanto ci protegga”, ha detto l’eroico uomo dei chip.
Parole che arrivano mentre Trump ha dichiarato che i nuovi chip Blackwell di Nvidia dovrebbero essere riservati ai clienti statunitensi e che la Cina potrà acquistarli in futuro solo quando saranno obsoleti. Per Huang, isolare la Cina significa rallentare l’innovazione e favorire la nascita di un ecosistema alternativo indipendente da quello occidentale. “Vogliamo che l’America vinca la corsa all’AI”, ha detto, “ma il modo per farlo non è chiudere le porte. È correre più veloce, coinvolgendo tutto il mondo”.
Le voci del Quincy Institute hanno una tesi di fondo: l’America è diventata una superpotenza scientifica perché è rimasta aperta, non perché si è chiusa. Oggi quell’apertura è messa in discussione però da entrambi i lati del Pacifico, con Pechino che cerca l’autosufficienza tecnologica e Washington che teme di perderne il primato. Per gli studiosi che cercano di contrastare i falchi trumpiani, il segreto è gestire la competizione senza sacrificare la cooperazione. Solo così – concludono i ricercatori – gli Stati Uniti potranno “guidare da una posizione di forza in una nuova era della scienza globale”.

