Negli Stati Uniti l’iniziativa legislativa bipartisan, un processo assai comune negli scorsi decenni, è sempre più rara in anni di grandi polarizzazioni culminati negli accesi scontri tra Democratici e Repubblicani nell’era Obama e in quella Trump. Tuttavia, esistono campi in cui esponenti dell’Asinello e dell’Elefantino possono trovare tuttora convergenze: e uno di questi è la regolamentazione del big tech.

Nelle scorse settimane, infatti, una delegazione di deputati della Camera dei Rappresentanti appartenenti a tutti e due i partiti e guidati dai membri del Comitato Antitrust ha presentato cinque disegni di legge che, se approvati, potranno radicalmente rivoluzionare il potere di mercato dei grandi oligopoli digitali e delle piattaforme tecnologiche. Il primo di questi cinque disegni impedisce, nella sua strutturazione, alle compagnie di utilizzare le loro piattaforme per promuovere i propri prodotti. Amazon, ad esempio, ha ricevuto forti critiche per aver presentato in cima alla lista dei suoi store online i prodotti realizzati da sue controllate o col suo marchio.

Il secondo disegno di legge, invece, previene i colossi del digitale dall’acquisire i loro concorrenti e di creare un consolidamento di potere in singoli settori. Questa manovra nasce da casi da tempo noti come l’espansione di Facebook, arrivata a controllare WhatsApp Instagram. Il terzo, assai affine al primo, impedisce la creazione di corsie pubblicitarie preferenziali per i servizi controllati da un dato attore tecnologico. Il quarto e il quinto, invece, prevedono rispettivamente una maggiore e più agevole capacità di riacquisizione dei propri dati personali da parte degli utenti desiderosi di muoversi da una piattaforma ad un’altra e un aumento dei costi per le fusioni tra aziende tecnologiche.

David Cicilline, 70enne dem del Rhode Island e presidente dell’Antitrust della Camera dei Rappresentanti, nel presentare le leggi ha sottolineato che a suo avviso oggigiorno i giganti del tech hanno “troppo potere non regolato nella nostra economia” e si trovano in una posizione unica per “decidere vincitori e perdenti” della competizione di mercato, “distruggere le piccole attività, aumentare i prezzi sulle attività, estromettere le persone dal mercato del lavoro”. Ken Buck, il repubblicano del Colorado, che è il membro di più lungo corso del Grand Old Party all’interno del comitato, gli ha fatto eco sottolineando che, a suo avviso, in particolare “Apple, Amazon, Facebook e Google hanno dato priorità al potere rispetto all’innovazione”, richiamandosi a un rapporto di 448 pagine che nel 2020 era stato pubblicato dai rappresentanti dell’Antitrust e che accusava le quattro majors di abuso di posizione dominante, invitando i loro amministratori delegati a delle audizioni.

“Le proposte avanzate, adattando l’impianto normativo alle peculiarità di tali aziende, renderanno potenzialmente più semplice procedere alla “separazione” delle stesse, alla creazione di nuovi ostacoli per l’acquisizione massiva dei competitor nascenti, e daranno maggior potere alle autorità competenti per svolgere approfondite indagini sulle tattiche commerciali sinora attuate”, nota Agenda Digitale. E il presidente Joe Biden non sembra pregiudizialmente ostile alle richieste degli onorevoli, dato che con una mossa a sorpresa il 16 giugno ha nominato alla guida della Federal Trade Commission (Ftc), l’autorità antitrust Usa, la giovane professoressa della Columbia Law School Lina Khan, nota per le sue posizioni molto dure nei confronti dei giganti tech.

Le riforme sono attese da un ampio dibattito e da una discussione che si farà sicuramente infuocata. I repubblicani e i democratici sono estremamente frastagliati su questo tema. Il Gop vede una maggiore assertività nei confronti del Big Tech tanto nella sua ala più libertaria e pro-mercato quanto nei settori “trumpiani” che temono lo sfruttamento politico del potere di controllo dei giganti del digitale. I democratici hanno una componente di sinistra, invece, molto attenta a tesi quali quelle dei rischi del capitalismo della sorveglianza” studiati dall’economista Shoshana Zuboff, che si oppone per ragioni antitetiche e progressiste alla creazione di oligopoli. Dai due fronti estremi, questi gruppi premono sul centro di entrambi gli schieramenti, più cauto se non addirittura aperto nei confronti del big business. Non a caso il passaggio della legislazione appare molto complesso sia alla Camera sia, soprattutto, al Senato ove l’ostacolo maggiore è rappresentato dalla presenza di diversi esponenti repubblicani vicini al capogruppo Mitch McConnell, uomo critico di ogni spostamento del baricentro economico degli States.

Certamente la proposta ha il merito di aprire un dibattito e di contribuire a livellare il campo sul tema del big tech, portando nelle istituzioni una discussione spesso appannaggio solo del dibattito intellettuale e giornalistico. D’altro canto, l’ampiezza delle richieste e l’eterogeneità del fronte politico richiedente mostra quanto sia complesso presentare un processo complessivo di revisione di uno dei più complessi settori dell’economia contemporanea in grado di unificare un fronte coeso e attivo. Il potere situazionista del big tech si manifesta anche in questi casi.

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