La mossa di Masayoshi Son: un fondo sovrano di Usa e Giappone per dominare la tecnologia

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Masayoshi Son pensa in grande, e il suo fondo SoftBank è abituato a fare lo stesso: la struttura d’investimento del magnate giapponese ha piani per investimenti che provano a immaginare il mondo come sarà tra 30, 100 e addirittura 300 anni. Futurologia in purezza, che non è il nocciolo duro del business del fondo che sostiene settori ad alta intensità tecnologica come quello dei semiconduttori (con aziende come Arm) e l’Intelligenza artificiale (specie dopo il varo del progetto Stargate), ma che mostra una certa tensione volta a cercare sempre l’effetto-novità nel mercato e a prevedere in anticipo i trend di domani.

Non è un caso, mutatis mutandis, che proprio SoftBank, patrocinatore del Vision Fund attivo tra Medio Oriente e Usa nell’incubare start-up innovative, abbia proposto per bocca del suo fondatore l’istituzionalizzazione di un’alleanza nippo-americana sul fronte tecnologico per mezzo della creazione di un fondo sovrano congiunto tra Washington e Tokyo orientato a investire in tecnologie critiche e infrastrutture, digitali e fisiche, per plasmare una nuova era dei rapporti bilaterali.

Il fondo sovrano Usa-Giappone immaginato da Son

Son, secondo il Financial Times, avrebbe proposto l’idea al governo di Shigeru Ishiba, primo ministro giapponese, e all’amministrazione americana di Donald Trump nel quadro dei negoziati commerciali per un accordo bilaterale omnicomprensivo volto a superare le divisioni create dalle tariffe di Washington imposte nel “Liberation Day” del 2 agosto.

Nella proposta di Son, nota il Ft, “il Tesoro statunitense e il Ministero delle Finanze giapponese sarebbero comproprietari e gestori del fondo, ciascuno con una quota significativa e paritaria“, aprendo poi il veicolo “ad altri investitori accomandanti, offrendo potenzialmente a cittadini americani e giapponesi la possibilità di detenerne una quota”, in una innovativa forma di partenariato pubblico-privato transnazionale.

Si raccoglierebbero capitali per 300 miliardi di dollari per avere la base per finanziare, in un secondo momento, sul mercato con l’emissione di obbligazioni per finanziare grandi progetti di interesse comune in entrambi i Paesi, rompendo la tradizionale linea che vede i Paesi offrire “incentivi fiscali ai grandi investitori diretti per la costruzione di fabbriche o progetti infrastrutturali”.

Né Tokyo né Washington hanno ad oggi dei veicoli pubblici d’investimento. Non posseggono fondi sovrani paragonabili a quelli dei Paesi arabi e della Norvegia o banche pubbliche d’investimento e tesaurizzazione delle partecipazioni in settori critici come l’italiana Cassa Depositi e Prestiti e la francese Bpifrance. La forza dei rispettivi settori finanziari, dei mercati dei capitali e del substrato innovativo ha, soprattutto negli Usa, mobilitato ingenti risorse private a favore delle politiche di sviluppo. Quel che oggigiorno cambia rispetto al passato è il fatto che nel clima di competizione globale e di sostanziale ritorno delle logiche securitarie come dominanti rispetto alle priorità economiche, in cui però i grandi attori del mondo degli affari non vogliono rinunciare a fare soldi.

Un nuovo asse tecnologico?

Un asse nippo-americano orientato a sviluppare tecnologie critiche, Ia, reti e infrastrutture necessarie a promuovere l’interscambio tra le due sponde del Pacifico è visto come strategico a Tokyo e Washington. Son in sostanza mira a ricordare a Ishiba e Trump che il capitale finanziario è pronto a seguire la leadership politica se, ad esempio, sul fronte della sfida tecnologica alla Cina si creeranno delle rotte operative comuni, si consolideranno i legami tra Paesi alleati in campo valoriale e economico.

Del resto, Son è tra i massimi sostenitori di un’impresa americana come il progetto Stargate e si è detto pronto a puntare fino a 40 miliardi di dollari in OpenAI, la “madre” di ChatGpt, dopo aver stretto un asse col suo Ceo Sam Altman. Un nucleo del possibile nuovo asse di cui si parlerà a giugno a margine del G7 canadese, quando Ishiba e Trump potrebbero concludere l’accordo atteso da tempo per chiudere la questione dazi? Possibile. Tra le due sponde del Pacifico qualcosa si muove. E potrebbe condizionare la corsa globale all’innovazione e l’approccio che nei suoi confronti hanno due dei maggiori poli economici del pianeta.