La geopolitica della corsa allo spazio
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Messa apparentemente in secondo piano da tsunami energetico, corsa dell’inflazione e tensioni geopolitiche legate alla guerra russo-ucraina la crisi dei chip iniziata a fine 2020 continua a essere presente e a mordere il tessuto industriale globale. L’impatto è tale per i Paesi a minor disponibilità di armi per inserirsi nella catena del valore che, prendendo il caso dell’Italia, la mancanza di semiconduttori e chip è arrivata a riflettersi nella nostra quotidianità: Libero ha infatti notato che il ministero dell’Economia e della Finanza ha comunicato come “dal primo giugno è possibile produrre la tessera sanitaria anche senza il microchip” che oggi abilita la Carta nazionale dei servizi a registrare fascicoli sanitari, detrazioni farmaceutiche e via dicendo.

L’esempio è tutt’altro che banale per quanto riferito a una caso tutto sommato periferico: mostra, nel suo piccolo, quanto l’idea di sistemi economici come quelli occidentali che si trovano a vivere in contesti di razionamento e di vera e propria economia di guerra si sta pian piano avvicinando alla realtà. La complessa problematicità della crisi dei chip è legata al fatto che dalla pandemia in avanti essa ha saputo trarre influenze da tutte le altre crisi che calavano sul contesto globale.

La pandemia le ha dato il calcio d’inizio: l’aumento della domanda globale di dispositivi ad alta tecnologia in Occidente durante la fase dei lockdown avveniva in una fase in cui molti impianti di microchip erano costretti a chiudere per le restrizioni sanitarie stesse o per il timore sull’attività futura da parte dei produttori; in seguito la crescente domanda di chip da parte dei produttori di automobili non è stata prevista sul fronte dell’offerta e questo si è unito a una fase di destabilizzazione delle catene del valore globali e alla rivalità geopolitica tra Cina e Stati Uniti, con Pechino che in anticipo sui tempi alimentava le sue scorte provocando però choc alle catene del valore verso i Paesi occidentali; in seguito la guerra russo-ucraina ha aggiunto ulteriori danni alla crisi mettendo a rischio la fornitura al mercato globale di palladio e neon. Prometeia in un report ha sottolineato che Mosca fornisce il3 8% del palladio al mercato globale, mentre l’Ucraina garantisce il 60% del neon, fondamentale per i microchip, al mercato globale e al suo interno il Donbass conteso pesa per il 90%. Dulcis in fundo, i lockdown cinesi degli ultimi mesi hanno portato diverse industrie a subire veri e propri colli di bottiglia nel passaggio dai microchip ai semicomponenti più elaborati che si trovano in diversi prodotti.

La tessera sanitaria italiana è solo un esempio tra tanti: anche il settore finanziario teme che un problema simile possa verificarsi per le carte di credito, e come ricorda l’Agi “dai tostapane ai bollitori, dai jet da combattimento alle console di gioco, passando ovviamente per smartphone, tablet e personal computer” sono tantissimi i settori più diversificati dove la carenza di chip può impattare e in cui gli operatori sono sul chi vive. Anche perché spesso la carenza di chip avviene anche per i componenti a più bassa intensità tecnologica, che spesso bloccano la realizzazione di prodotti complessi. “Il mercato è in uno stato di disperazione – ha dichiarato Wired Bill Wiseman, partner della società di consulenza strategica americana McKinsey –. Se stai costruendo uno spettrometro di massa da 350mila dollari e non puoi spedirlo perché ti manca un chip da cinquanta centesimi, sei disposto a pagare qualsiasi cifra”.

Il settore in cui la marea montante può farsi tsunami e da tempo crea caos è quello dell’automotive. E andrebbero rilette certe decisioni delle ultime settimane, come il voto del Parlamento Ue sulla transizione al 100% elettrico entro il 2035, sulla base delle questioni securitarie imposte dalla carenza dei chip. La crisi, prosegue Wired, sta già producendo una regressione tecnologica di molti modelli: “a settembre Cadillac ha dichiarato che avrebbe rimosso la funzione di guida a mani libere da alcuni dei suoi veicoli. A novembre, Tesla ha iniziato a vendere auto senza porte usb. A maggio, invece, Ford ha dichiarato che avrebbe spedito alcuni modelli senza i chip relativi a funzioni non essenziali come i comandi del riscaldamento”, e non finisce qui. Daimler teme le strozzature del mercato cinese, mentre l’ad di Volvo Cars, Jim Rowan, teme effetti-contagio sul risultato operativo del secondo trimestre del 2022. I colossi tedeschi Volkswagen e Bmw temono che la crisi possa essere strutturale fino al 2024, anche considerato il fatto che tra seconda metà del 2022 e 2023 la domanda si infiammerà ulteriormente. Tanto che le loro previsioni concordano con quelle di uno dei colossi Usa del settore, Intel.

Secondo J.D. Power, una società di ricerca economica, il prezzo che negli Usa un cittadino spende per cambiare la propria auto oggigiorno è, a causa di rincari e carenze di chip, di circa il 26% più alto rispetto al periodo pre-pandemico. E questa inflazione reale si trasmette sul margine operativo del settore automotive: l’Italia, per esempio, rischia di veder perdere fino al 48% della sua produzione rispetto alle quote del 2017 e di scendere sotto i 600mila veicoli annui, mentre l’automotive globale ha registrato una mancata produzione di 7,7 milioni di veicoli e perdite per 210 miliardi di dollari nel 2021 per la sola spinta del Chipageddon. Grande crisi industriale di un mondo in tempesta. “Crisi delle crisi” che mostra la complessità e l’interrelazione tra le problematiche che perturbano l’ordine globale.

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