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Naftali Bennett si è insediato alla guida del governo di larghe intese che in Israele ha detronizzato, dopo dodici anni, Benjamin Netanyahuscalzato assieme al suo Likud dal potere di larga coalizione imbastito dal leader di Yamina, formazione nazionalista di destra, e nuovo premier di Tel Aviv e dal leader centrista Yair Lapidche si alternerà con Bennett nel 2023 come premier. L’ampia coalizione che forma l’esecutivo, che comprende anche il partito Bianco e Blu dell’ex militare Benny Gantz, i labruisti, i verdi di Meretz, la destra religiosa di Focolare Ebraico e, attraverso il loro appoggio esterno, la Lista Araba Unita, è in larga parte coesa dalla volontà di mettere in minoranza Netanyahu e spingerlo all’opposizione dopo lungo tempo.

“Il potere logora chi non ce l’ha”, diceva Giulio Andreottie questa prassi è stata accolta dai partner della nuova coalizione che mirano a trovare coesione e una comune direzione di marcia nel compattamento dell’esecutivo attorno al ritorno dei partiti a lungo messi all’opposizione o ridotti a partner di minoranza del Likud. Per rendere meno brusco il cambio di guida al vertice di Israele e favorire una linea di continuità, Bennett ha anche deciso di mantenere nel loro incarico due pedine chiave della catena di comando dell’ex premier Netanyahu. Si tratta del Consigliere per la sicurezza nazionale Meir Ben Shabbat e di quello militare Avi Blut. Dove invece si potranno vedere maggiori discontinuità è in campo economico.

Il motivo è chiaro: un esecutivo tanto complesso nasce per garantire la difesa dello status quo in diversi campi, dal conflitto coi palestinesi alla questione dei coloni, cristallizzando i focolai di tensione politica e spingendo al dialogo forze contrastanti o addirittura diametralmente opposte. Ma per i suoi connotati eterogenei l’esecutivo di Bennet non potrà non orientare su altri punti dell’agenda le sue priorità. L’economia, il rafforzamento della sicurezza industriale e produttiva di Israele, la lotta alle disuguaglianze sono fondamentali per lo Stato ebraico: in primo luogo perché temi meno divisivi; in secondo luogo perché volano per una possibile vittoria politica di lungo termine qualora, per fare un esempio ben comprensibile, a beneficiarne fosse l’intera massa della popolazione, araba ed ebraica. L’obiettivo è creare sviluppo e garantire coesione al Paese.

Bennett si troverà a gestire un’agenda economica da lui già guidata dal 2013 al 2015 in qualità di ministro di Netanyahu. L’ex manager e imprenditore nel settore della cybersicurezza ha una visione complessa dell’agone economico. Bennett ritiene infatti, da un lato, che sia necessario in Israele un minor intervento pubblico dello Stato nell’economia così come una riduzione delle facoltà di manovra di apparati come il ministero della difesa in seno al sistema nazionale nei settori strategici, ma ritiene anche che ciò si debba coniugare con un maggior investimento in istruzione, coesione sociale e incentivi all’occupazione per permettere la creazione di competenze nella popolazione che si avvia all’età lavorativa, la trasformazione dei settori e la coesione sociale. Soprattutto, il nazionalista Bennett non ha mai trascurato il fatto che il lavoro, l’imprenditoria e l’istruzione possano essere la strada per rafforzare l’integrazione degli arabo-israeliani, che già di base sperimentano tenori di vita ben più dignitosi di quelli dei palestinesi, ma non sono ancora ai livelli della maggioranza della popolazione.

Non a caso Bennett, nota StartMag, “nell’ultima campagna elettorale, all’inizio di quest’anno, ha rivendicato la sua formazione manageriale per ‘guarire’ l’economia israeliana in crisi a causa dell’epidemia di Covid, con una ricetta incentrata sul taglio delle tasse e deregulation”. Fondatore di Cyota, azienda costruita negli Stati Uniti per occuparsi di cybersicurezza e lotta alle frodi, venduta per 145 milioni di euro a Rsa Solutions nel 2005, Bennett è stato poi amministratore delegato di Soluto, azienda pioneristica del cloud computing venduta nel 2013 ad Asurion per oltre 100 milioni di dollari. Il nuovo premier ritiene che le energie del Paese debbano in particolar modo focalizzarsi sul rilancio dell’imprenditorialità dei suoi connazionali e sul coinvolgimento degli arabi, specie nei settori ad alta tecnologia. Adam Fisher, partner del fondo di investimento Bessemer che ha contribuito a far sviluppare finanziariamente Soluto, ha dichiarato: Spero che in Israele vedremo più personaggi dell’hi-tech entrare in politica. L’hi-tech è il settore economico di punta del Paese, è completamente indipendente, globale e al tempo stesso sionista. È inclusivo e capace di portare insieme arabi e ebrei”.

L’innovazione appare il volano strategico per far ripartire l’economia. Anche nel durissimo 2020, contraddistinto da continui lockdown, gli investimenti complessivi, pubblici e privati, nell’innovazione hanno toccato quota 10,6 miliardi di dollari. Erano stati un’enormità, 21,74 miliardi nel 2019, nota Corriere Comunicazioni: il dimezzamento appare solo temporaneo e recuperabile. Inoltre, nello Stato ebraico si contano 45 “unicorni”, società private attive nella tecnologia e nell’informatica con valore superiore al miliardo di dollari, il 10% a livello mondiale. Come spiega Jonathan Pacifici nel saggio “Gli unicorni non prendono il Corona”, Israele ha mostrato punte di successo nella tecnologia anche durante la pandemia. Sanità, sicurezza, energia, aerospazio: i settori in cui l’innovazione ha fatto da driver fondamentale sono numerosissimi.

Su questo tessuto Bennett intende operare per rafforzare la fibra dell’economia israeliana, la cui direzione sarà affidata a un “grande vecchio” della politica nazionale, Avigodr Lieberman, esponente di peso di Focolare Ebraico, a lungo braccio destro di Netanyahu ora alla guida delle finanze dopo essere stato ministro degli esteri (2009-2012, 2013-2015) e della difesa (2016-2018). Bennett è un uomo di grande esperienza e, come Liberman, ha ben chiaro il fatto che una delle direttrici su cui l’economia israeliana può crescere è quella del rafforzamento commerciale di Tel Aviv nei campi strategici e dell’alta tecnologia. Non a caso Bennett, già da ministro dell’economia di Netanyahu, ha aperto la strada alla cooperazione multilaterale con diversi Paesi del Medio Oriente, dell’Asia, dell’Africa per rafforzare le partnership di Israele e la sua presenza in mercati terzi. Un’espansione di Israele in mercati terzi si prevede decisiva per rilanciare occupazione, lavoro e sviluppo sistemico. Così come può avvenire anche nel campo del settore energetico che, dall’estrazione nel Mediterraneo alle rinnovabili, vede Israele attivo su tutta la filiera. E si sa che energia e innovazione sono settori saldamente uniti e interdipendenti. Poter mettere assieme istanze ambientaliste, volontà di coesione sociale degli arabi, tutela del lavoro, difesa della produzione e strategie per la ripartenza non sarà facile: ma attorno all’innovazione Bennett ha sicuramente un perno su cui far ruotare una strategia.