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Su queste colonne abbiamo provato a spiegarlo da tempo: le criptovalute, nonostante il nome fuorviante, non sono forme di moneta, mancando loro il prerequisito della funzione di riserva di valore che le fa assomigliare, piuttosto, a prodotti obbligazionari ad alto rischio. Veri e propri prodotti speculativi, insomma, soggetti a profonde umoralità. Se le azioni di un singolo, per quanto consistente, investitore come Elon Musk compiute per mezzo di tweet possono creare nuovi “campioni” nel settore (come accaduto al Dogecoin) o stimolare picchiate della valutazione complessiva del mondo cripto capiamo quanto questo sistema sia imprevedibile e quanto possa comunque avere un effetto perverso sui listini di mezzo mondo.

Figuriamoci cosa può accadere quando a scendere in campo sono regolatori sovrani interessati al fenomeno delle criptovalute. Questo è accaduto in Cina nelle scorse ore: il governo di Pechino ha imposto una stretta all’utilizzo delle criptovalute nel sistema nazionale. Le banche non potranno più offrire pagamenti in criptovalute, né permettere ai detentori di sistemare le loro posizioni utilizzando i bitcoin e i suoi parenti stretti. Non sarà però imposto un bando a tutto campo sul possesso di criptovalute.

La mossa è la terza stretta del governo di Pechino nel settore, dopo quella del 2017, che impose una regolamentazione alle procedure di trading di criptovalute, e le dure dichiarazioni della Banca centrale cinese del giugno 2019, che lasciavano trapelare la minaccia di un blocco totale alle transazioni aventi come sottostante criptovalute prive di un “valore reale”.

Questa volta la discesa in campo delle autorità cinesi è ben coordinata, dato che in forma congiunta la National Internet Finance Association of China, la China Banking Association e la Payment and Clearing Association of China, le tre autorità di Pechino responsabili della vigilanza delle banche, hanno imposto uno stop all’utilizzo delle criptovalute nel settore privato. Con l’obiettivo di rimettere ordine, dato che, si legge in un comunicato congiunto, “di recente i valori delle criptovalute sono schizzati e crollati e il trading speculativo è ripreso, infrangendo la sicurezza delle proprietà delle persone e interrompendo il normale ordino economico e finanziario”. Il timore di una distruzione di ricchezza per i cittadini cinesi legata alla manipolazione costante cui sono sottoposte le criptovalute si è sommata alla volontà di Pechino di evitare che i bitcoin e i prodotti simili diventassero un punto di riferimento per il riciclaggio ed operazioni di respiro criminale.

Altolà anche della Bce

A complicare ulteriormente le cose per gli asset fondati sulla blockchain è intervenuta un’analoga dichiarazione di un alto funzionario della Bce, il vicepresidente Luis De Guindos, che parlando dell’altalena del prezzo del bitcoin ha ricordato che “non è una moneta, è un asset con fondamentali molto deboli, sempre che ci sia alcun fondamentale” e ammonito che chiunque vi investa “si assume grandi rischi”.

La slavina degli ultimi giorni ha fatto si che, dall’11 al 18 maggio, il bitcoin crollasse in valore da oltre 46mila a poco meno di 31mila dollari a unità (una perdita del 35%), Ethereum da 3.400 a 2mila dollari a unità (41% di perdita), e Dogecoin perdesse circa metà della capitalizzazione. Come nota Il Sole 24 Ore, “in generale la capitalizzazione di tutte le criptovalute è passata dai massimi di 2.533 miliardi di dollari agli attuali 1.480. Cioè sono andati persi circa 1.000 miliardi di market cap”.

Il fattore dominante è comunque quello della volatilità, che segnala ulteriormente l’incertezza e la problematicità delle criptovalute. Nella giornata del 20 maggio, ad esempio, il bitcoin ha provato a virare nuovamente verso l’alto, sfiorando quota 40mila dollari di valore ad unità in apertura: e fare previsioni anche a breve termine appare un esercizio sempre più complesso. Ma tutto ciò apre a riflessioni sistemiche di non secondaria importanza

Le borse evitano il trappolone?

Perdite sostanziali dopo impennate di prezzo e rally improvvisi, a cui fa seguito una vera e propria montagna russa: le ultime settimane sono state un vero spot per le tesi di chi ritiene necessario regolamentare le criptovalute.

Le prese di posizione della Cina e, a suo modo, quelle della Bce segnalano certamente che diversi attori protagonisti della scena globale sono desiderosi di porre un freno al Far West delle criptovalute e puntano, specie attraverso le Central Bank Digital Currencies (Cbdc) a regolamentare e porre sotto un decisore sovrano e in forma di vera moneta il fenomeno.

Al contempo, appare sempre più chiaro come il boom delle criptovalute che ha caratterizzato gli ultimi mesi sia stato spinto dall’abbondanza di liquidità di questo periodo di crisi, alimentata da anni di quantitative easing permanente delle banche centrali in larga parte drenato dal sistema finanziario. Che, soprattutto oltre Atlantico, da oltre un anno continua nella sua giostra impazzita, creando fenomeni finanziari che si atteggiano a veri e propri eventi “pop” mano a mano che sempre più piccoli e medi investitori mettono a rischio i loro risparmi eccitati dai guru di Wall Street. Pensiamo al caso GameStopequivalente istituzionale di quanto successo nel mondo complesso delle criptovalute: la finanza è irrazionale, alla sua grande roulette chi si tuffa incoscientemente nel gioco sperando in guadagni facili rischia l’osso del collo.

Va comunque precisato il fatto che le borse e la finanza tradizionale abbiano di fatto interiorizzato gli effetti della volatilità del prezzo del bitcoin e siano indirizzati, oltre che dall’andamento dei mercati e dell’economia reale, da driver più tradizionali. Nei giorni in cui il bitcoin faceva l’altalena le borse principali su scala globale viravano in rosso zavorrate dalle dinamiche del petrolio e dall’inflazione, ma senza subire scossoni legati alla volatilità delle criptovalute. Ormai, nella mente degli investitori tradizionali, paragonate a vere e proprie forme di scommessa, a prodotti scambiati sopra il banco, a terra incognita. Non la migliore lettera di presentazione per i bitcoin, come del resto anche le azioni della Cina lasciano intendere. Nella grande partita della finanza alimentata dai torrenti di liquidità degli ultimi anni a tutto, in fin dei conti c’è un limite: ma chiaramente, sul medio-lungo periodo, borse e criptovalute sono accomunate dal duplice problema della sovra-capitalizzazione e dalla volatilità che possono far pagare dazio nel momento in cui i capitali investiti cercheranno remunerazione in termini di dividendi o ritorni sul denaro messo nel sistema.

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