Meta, la società che controlla Facebook e Instagram, ha smentito seccamente le voci che la davano disposta a chiudere le sue attività in Europa nei prossimi anni se nel Vecchio Continente sarà reso obbligatorio l’utilizzo di server locali per l’immagazzinamento dei dati. Ma il fatto stesso che questo rumor sia stato ritenuto plausibile segnala il nervosismo nell’impero di Mark Zuckerberg, sempre più sotto assedio. Ed è indubbio che il colosso di Menlo Park tema che le politiche europee sulla gestione dei dati, sulla difesa della privacy degli utenti e sull’autonomia tecnologica e digitale possano tagliare la strada alle sue principali attività di business.

Tutte le grane di Meta/Facebook

Va ricordato infatti che tra i colossi del big tech americano Facebook, Instagram e le altre società del gruppo Meta dipendono più di altre (come Google o Amazon) dai proventi derivanti dalla pubblicazione degli annunci pubblicitari mirati, proposti agli utenti proprio in base ai dati che vengono raccolti dalle diverse applicazioni. In quest’ottica, la gratuità delle applicazioni di Meta e di molti servizi collaterali (dagli spazi per compravendita tra privati alle controverse applicazioni di dating) ha come contraltare l’acquisizione di una quantità di dati con pochi paragoni per varietà e ampiezza nel mondo del big tech sulle preferenze personali, il tenore di vita e le abitudini di consumo di miliardi di persone. I dati “collezionati” nei server di Facebook e altre applicazioni sparsi per il mondo sono convogliati e “processati” nei server statunitensi.

Non dimentichiamo che già un anno fa l’Unione Europea risultò decisiva, assieme a Paesi come l’India, nel portare il gruppo di Mark Zuckerberg a fare marcia indietro dal proposito di integrare lo scambio dati tra la piattaforma di messaggistica WhatsApp e le altre società del gruppo, scelta che avrebbe consentito al gruppo leader nel mondo dei social di poter aumentare la profondità della sua miniera di dati e metadati. Utilizzando le sue potenzialità come regolatrice della concorrenza l’Unione Europea, che ha cominciato a porre seri paletti al tracciamento dei dati dei cittadini europei, mostra di poter essere incisivia: prima con l’implementazione del GDPR, poi con la continua attività di monitoraggio e regolamentazione che tende a fornire maggior controllo dei dati agli utenti Facebook e altri colossi del big tech sono stati spinti a modificare la loro politica di advertising. Ma la posta in gioco sui server e il cloud dati, in vista del futuro prossimo, è decisiva.

Europa contro Zuckerberg

I commissari europei Thierry Breton, titolare dell’Industria, e Margrethe Vestager, direttrice dell’Antitrust, pur con grandi differenze di metodo da tempo studiano strategie per contrapporre al big tech americano una piattaforma industriale ed una normativa veterocontinentale; i principali Paesi europei, come Francia e Germania, studiano il cloud sovrano europeo che, seppur non precluso ai giganti di oltre Atlantico, mostra la capacità strutturale dell’Europa di voler reagire alla sfida del big tech; da tempo le aziende tecnologiche a stelle e strisce sono associate agli scandali, ai programmi di sorveglianza di massa, a casi controversi come Cambridge Analytica piuttosto che alla romantica frontiera libertaria a cui hanno voluto a lungo farsi paragonare. E Meta/Facebook è l’osservato numero uno.

La graduale apertura della partita per il metaverso, a cui Zuckerberg ha voluto dare il calcio d’inizio, renderà ancora più importante un certosino e totalizzante controllo sui flussi di dati degli utenti. Se profilare le abitudini di consumo dei cittadini in carne ed ossa è impossibile senza un controllo su server e database, questi devono essere totalmente disponibili nel caso delle personalità digitali che aziende come Meta vogliono strutturare.

La prima flessione

Come scrive Esquire, del resto, Facebook non può permettersi nuovi scivoloni e nuove limitazioni del business dopo il primo risultato negativo in termini di numero di utenti segnalato in diciotto anni di attività nell’ultimo trimestre: “da un miliardo e 930 milioni di utenti nell’ultimo trimestre quelli attivi ogni giorno sono scesi a un miliardo e 929 milioni. Poco, si dirà. Il calo è stato di un milione per il Nord America e due per il resto del mondo, solo in parte compensati dall’incremento di un milione in Europa e Asia-Pacifico. Quanto basta per certificare lo stallo della piattaforma principale del gruppo. Nel complesso, anche se è difficile capire bene i numeri visto che la holding non fornisce più da anni conteggi granulari sulle diverse app, l’audience globale dei suoi servizi si aggira sui 2.82 miliardi di utenti, appena 10 milioni in più rispetto al trimestre precedente”.

Questo apre lo sconfinato mercato di Facebook all’assalto di potenziali rivali e rende ancora più importante profilare e controllare i dati degli utenti, con un’attenzione prioritaria al mercato ricco e promettente dell’Unione Europa.

Il re è nudo

Su Facebook si potrebbe però abbattere la scure dei regolatori europei assieme ad altre problematiche per Menlo Park: lo spostamento di molte pubblicità brandizzate Apple e di prodotti legati al colosso di Cupertino verso Google e Alphabet in generale potrebbero togliere 10 miliardi di dollari di guadagno l’anno, spingendo l’attenzione verso gli utenti in carne ed ossa; l’erosione del mercato di Instagram da parte di TikTok appare graduale ma inesorabile; passo dopo passo l’Ue sta dando applicazione alle sentenze della Corte di Giustizia Europea del 2015 e del 2020 promosse dopo la causa dell’l’avvocato e attivista austriaco Maximilian Schrems che hanno messo sotto inchiesta la trasmissione dati tra Usa e Ue a fini commerciali e gli accordi siglati da Facebook con terze parti europee.

Il re è nudo, ed è sotto attacco anche negli Usa per i vari scandali che lo riguardano: l’uscita delle voci sulla possibile ritirata di Facebook dall’Ue in caso di applicazione dei principi della sovranità digitale su cloud dati e gestione della privacy va in contraddizione con la natura indispensabile del mercato europeo per il gruppo, ma mostra anche quanto nel settore del big tech ci siano grane che acquisiscono natura non solo economica ma anche politica. E segnala le prospettive strategiche che le politiche di autonomia digitale e sovranità tecnologica possono sdoganare nell’Ue, invertendo il principio secondo cui singoli colossi sarebbero più potenti di governi e apparati pubblici.