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“La Cina vincerà la corsa all’intelligenza artificiale“: è cupo il monito di Jensen Huang, Ceo di Nvidia, a margine dell’AI Summit del Financial Times. Il magnate di origine taiwanese, Ceo del gruppo di Santa Clara che domina il mercato americano in termini di capitalizzazione ed è l’appaltatore-chiave di tutti i grandi progetti di Intelligenza artificiale negli Stati Uniti e all’estero, ha espresso questa convinzione osservando gli sforzi della Repubblica Popolare per emanciparsi dalla traiettoria imposta da Washington in questo fondamentale dominio dell’innovazione.

“Ottimismo, non cinismo”

“Abbiamo bisogno di più ottimismo, non di cinismo”, ha commentato Huang stigmatizzando come l’Occidente continui su un approccio prescrittivo verso Pechino, ad esempio rafforzando quei controlli all’export di componenti tecnologici che hanno stimolato la contro-innovazione cinese e la rincorsa del Dragone. Huang ha nell’estate e all’inizio dell’autunno fatto opera di lobbying per convincere Donald Trump a aprire nuovamente il mercato di oltre Pacifico ai suoi prodotti. Trump ha acconsentito, ma non per le avanzate GPU Blackwell, le più strategiche per elaborare la potenza di calcolo di frontiera.

Le sfide della Cina

Nvidia si è offerta di pagare il “sostituto d’imposta” dei dazi versando il 15% delle entrate da export in Cina all’erario Usa, ma poi a frenare il tutto è stata la Repubblica Popolare, andata allo strappo con Nvidia per chiedere la sostituzione dei suoi asset con i chip made in China, a partire da quelli Huawei. Una dimostrazione di forza che chiaramente ha un valore politico, prima ancora che tecnico. La Cina, infatti:

  • Si trova di fronte alla necessità di affrontare la minore efficienza energetica e tecnologica dei suoi chip, nell’ordine di grandezza del 30-50% rispetto a quelli statunitensi.
  • Nonostante una capacità di calcolo pari a quasi 250 exaflops, si trova con buona parte dei data center sotto-utilizzati.
  • Subisce indubbiamente la marginalizzazione delle nuove guerre commerciali. In particolare, l’annuncio della discesa in campo di Substrate da parte del magnate Peter Thiel negli Usa e la presenza del colosso europeo Asml nel campo geopolitico, oltre che industriale, opposto lascia pensare a una continuità del gap di Pechino sulla litografia, processo fondamentale per aver chip sempre più piccoli, sempre più efficienti, sempre più performanti.

Perché dal suo osservatorio privilegiato, dunque, Huang ritiene possibile la vittoria cinese nel “Progetto Manhattan” del XXI secolo, la corsa all’Ia più efficiente e radicata nelle nostre società e nei nostri sistemi produttivi? Il Ceo di origine taiwanese vede la scala degli investimenti di Pechino e i grandi passi in avanti fatti dagli ingegneri e dai tecnici dell’Impero di Mezzo e richiama alla necessità di affrontare l’elefante nella stanza: l’impatto energetico nell’Ia.

Il monito di Huang

Non a caso Huang parla dopo che Pechino, come abbiamo raccontato, ha deciso di sussidiare l’energia ai data center per ottimizzare l’efficienza della propria potenza di calcolo e dopo che sono emersi i grandi gap degli Usa verso la Repubblica Popolare sul fronte dell’infrastruttura di trasporto dell’elettricità e della sostenibilità delle forniture. I costi astronomici dei data center, sommati alla prospettiva di un boom delle bollette energetiche, possono creare un collo di bottiglia di difficile rottura per l’industria tecnologica degli Usa.

Huang, che ha visto il suo gruppo passare dal settore dei videogiochi alla rivoluzione digitale in pochi anni come focus primario di investimento, ha l’abitudine di precorrere gli eventi e guardare lontano. Il suo non è un’ammissione di sconfitta, ma un monito agli Usa: guai a pensarsi ontologicamente superiori e destinati a un esito positivista di vittoria. Il rivale di oltre Pacifico è attrezzato per dare a Washington una doccia fredda.

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