Ha perso in Borsa il 20% nella sola giornata di giovedì e il 30% nell’intera settimana il colosso americano dei semiconduttori Intel dopo che gli investitori hanno reagito con notevole freddezza all’ampio piano di esuberi dell’azienda tech a stelle e strisce.
La crisi dei chip Meteor Lake ha messo in difficoltà le prospettive di Intel di applicare una nuova tecnologia, la litografia a raggi ultravioletti, che si proponeva di rivoluzionare i metodi di produzione dei chip. Inoltre, i ricavi del gruppo sono calati del 1% nel secondo trimestre del 2024 per la sofferenza nella concorrenza dei chip che abilitano le tecnologie di intelligenza artificiale prodotti da Nvidia, regina del mercato. Notevole anche la perdita operativa, di 1,6 miliardi di dollari.
Il risultato? Intel ha reagito nel modo più classicamente americano alle difficoltà sul mercato, annunciando tagli al personale giustificati con il fatto che si tratterebbe di uscite anticipate di molte figure già destinate al pensionamento o all’uscita dall’azienda quest’anno. Il taglio equivale al 15% della forza lavoro per un gruppo che nel settore è tra i più dominanti ma che, di fronte a un trend esplosivo degli investimenti dei competitor, non riesce a tenere il passo.
Alla sofferenza per la competizione con Nvidia si aggiungono i rischi per la revoca di molte licenze all’export di tecnologia e chip Intel verso la Cina decisa a maggio dall’amministrazione Biden. Il direttore finanziario di Intel David Zinsner ha annunciato, citato da Reuters, “che il produttore di chip prevede una riduzione della spesa dei consumatori e delle imprese nel trimestre in corso, soprattutto in Cina“.
“Questa debole previsione”, nota il Financial Times, “arriva mesi dopo che Intel ha ricevuto la promessa di 8,5 miliardi di dollari in finanziamenti diretti da Washington per contribuire a consolidare la sua posizione di campione nazionale nel settore dei semiconduttori, in un momento in cui gli Stati Uniti hanno fatto della ricostruzione della propria base di produzione di chip avanzati una priorità nazionale”. Nel piano di risparmi da 10 miliardi di dollari, volto ad abbattere i costi extra entro fine 2025, Intel ha indicato però un taglio verticale degli investimenti in conto capitale, ivi compresi quelli per nuovi impianti, a 21,5 miliardi di dollari per il 2025, con un calo del 17,5%.
Intel in passato era stata associata anche a un possibile investimento italiano, a Vigasio presso Verona, poi tramontato, mentre si è mossa per produrre chip in Germania e Israele. Ora la combinazione tra i sussidi del Chips Act americano e i piani di taglio dell’azienda può creare un cortocircuito. E alimenta una chiave di lettura: la chiusura di spazi del mercato cinese a Intel dovuta alle barriere Usa all’export riduce le prospettive di bilancio di molte aziende strategiche americane e dunque la loro capacità di investire per gradualmente consolidare il decoupling da Pechino. Un cortocircuito di cui Washington deve tenere conto nella sua contrapposizione globale per la tecnologia con la Cina.

