Nelle ultime ore sta facendo fortemente discutere la questione della nomina del figlio del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Bruno Tabaccidelegato alle politiche spaziali, come manager di Leonardocolosso della Difesa e dell’aerospazio a partecipazione pubblica. La rivelazione del quotidiano Domani, che parla di un processo di selezione per il 49enne Simone Tabacci che si sarebbe concluso prima dell’avvicendamento tra Giuseppe Conte e Mario Draghi a Palazzo Chigi e avrebbe avuto un forte sponsor nell’ad dell’ex Finmeccanica, Alessandro Profumo.

L’ingresso di Simone Tabacci nello Chief Strategy Equity Office ha portato ad accuse di possibili conflitti d’interessi legati alle materie di competenza del padre in seno al governo, tanto che i media più critici del governo, come Il Fatto Quotidiano, hanno caricato a testa bassa. Dal nostro punto di vista, riteniamo prematura se non addirittura fuorviante ogni polemica in tal senso: il profilo Linkedin di Simone Tabacci segnala una carriera di lungo corso avviata nella società di consulenza Ernst & Young, proseguita nell’azienda delle energie rinnovabili Alerion e culminata a Leonardo per un uomo di mezza età che ha accomunato una professionalità consolidata.

Non vale la pena, dunque, vincolare a questo caso il giudizio sull’azione di Tabacci nel suo ruolo di sottosegretario, ma piuttosto andranno valutate appieno le prospettive operative che caratterizzeranno la sua condotta come titolare dell’agenda spaziale italiana. Sino ad ora operativamente non entusiasmanti.

Il primo scivolone sulle nomine

Fin dalle prime battute, avevamo indicato nell’ex assessore al Bilancio del comune di Milano uno dei possibili anelli deboli dell’esecutivo di unità nazionale, data la sua completa estraneità alla tematica dello spazio e alla governance politica delle complesse questioni che riguardano la definizione di un’agenda organica per il nuovo terreno di competizione tra le potenze. Questioni che uniscono dinamiche politiche, economiche e industriali a sfide prettamente tecniche o legate alla ricerca scientifica.

Due almeno le questioni problematiche su cui Tabacci è incespicato e ha mostrato limiti. In primo luogo, solo una mossa in extremis del presidente dell’Agenzia spaziale europea, l’austriaco Joseph Aschbacher eletto a fine 2020 proprio grazie alle incertezze italiane dell’allora governo Conte II, ha evitato una sconfitta dolorosa sul fronte della scelta del nuovo direttore del Centro Esrin dedicato alle osservazioni della Terra con sede a Frascati, vicino Roma. Poltrona strategica visto il peso dei programmi di geomappatura nell’agenda spaziale europea, ma che per prassi Esa difficilmente può essere assegnata al Paese ospitante.

Tabacci ha promosso come candidato italiano l’ex direttore dell’Agenzia spaziale italiana, Roberto Battiston, fisico ritenuto tecnicamente non ferrato nelle materie necessarie a dirigere il centro ma, soprattutto, candidato senza fortuna in due round di selezione per il Cnr italiano, nell’ultima tornata di elezioni europee in cui è entrato nelle liste del Partito Democratico e nella corsa alla guida dell’Esa, in cui è stato escluso dalla short list finale che ha premiato Joseph Aschbacher. Questi, nota StartMagha offerto un salvacondotto alla candidatura senza prospettive di Battiston offrendogli una posizione onorifica in ambito consulenziale: “per la primavera del 2022 l’Agenzia [l’Esa, ndr] vuole definire una politica spaziale di ampio respiro legata ai potenziali sviluppi del settore. È stato quindi costituito un gruppo di 10 saggi, tra i quali l’ex pluri-direttore generale francese Jean Jacques Dordain, che si riuniranno per non più di tre o quattro sedute per redigere un documento da presentare al Council che lo valuterà”. Battiston è stato incluso al suo interno, salvando in corner Tabacci. Che però ha mostrato ingenuità nel preferire una nomina primariamente politica ad una più mirata.

Il dualismo con Giorgetti

Sul fronte delle politiche legate allo sviluppo industriale e tecnico del comparto spaziale, invece, Tabacci da tempo promuove una serie di incontri, visite e azioni promozionali, partecipa a conferenze, mostra un’indubbia capacità di presenza. Ma sono tutte da giudicare le sue capacità di governance della delicata partita industriale che comporta lo sviluppo del settore. Oggigiorno in larga parte supplite dal ruolo del ministero dello Sviluppo Economico guidato dal leghista Giancarlo Giorgetti.

Giorgetti, che ai tempi del governo Conte I ha avuto da sottosegretario le deleghe spaziali, sta gestendo con il ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire il delicato dossier del nuovo lanciatore europeo, che offre ad Avio una possibilità di inserimento al fianco di Francia e Germania. Memore, come ricorda Il Foglio, del fatto che “la cassa del governo, per quel che riguarda lo Spazio, sta comunque al Mise” e da esso passeranno anche molte delle risorse (2,3 miliardi di euro) che complessivamente verranno stanziate da Piano nazionale di ripresa e resilienza e fondo complementare. Logico che il dualismo tra il lavoro continuo del Mise su produzioni, sviluppo e strategie e una ben più fumosa azione dell’apparato di Palazzo Chigi può creare grattacapi. La questione dello spazio è forse l’unica delle più strategiche legate all’azione di governo in cui l’agenda del governo Draghi si è avviata senza una definita divisione di competenze. Potenzialmente in grado di creare grattacapi e pensieri che vanno, in un comparto tanto rilevante per il Paese, sanate in tempi brevi. Altro che nomine in Leonardo: la questione è ben più complessa.