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Tecnologia

Il piano di Xi per eliminare la tecnologia Usa dalla Cina

L'obiettivo della Cina è semplice. Pechino intende smarcarsi dalla dipendenza della tecnologia statunitense. Ecco in che modo.

Il futuro delle aziende tecnologiche statunitensi in Cina è segnato da almeno due anni. Ad essere ancora più precisi il loro destino è scritto, nero su bianco, nel Documento 79, una direttiva del governo cinese risalente al 2022 ma finita sotto i riflettori negli ultimi giorni. Pare che il citato testo, sin dalla sua pubblicazione, fosse così delicato che alti funzionari e dirigenti senior abbiano potuto fin qui soltanto consultarlo senza fotocopiarlo o diffonderlo in alcuna forma.

Il suo contenuto coincide con un’iniziativa promossa da Pechino volta a spingere la tecnologia Usa oltre la Muraglia. Richiede, in sostanza, a tutte le aziende statali attive nei settori finanziari, energetici e in altri ambiti strategici, di eliminare i rispettivi (ed eventuali) software stranieri presenti nei loro sistemi IT entro il 2027. Sostituendoli, va da sé, con materiale made in China.

Per decenni i giganti tecnologici americani hanno prosperato in Cina, trovando terreno fertile per i rispettivi business – dai computer ai sistemi operativi – alimentando di pari passo la crescita industriale della nazione asiatica. Adesso, come ha sottolineato il Wall Street Journal, quella stagione è finita.

I leader del Partito Comunista Cinese vogliono interrompere questo meccanismo, spinti, da un lato, dalla necessità di rendere il Paese autosufficiente, e dall’altro dalla volontà di blindare la sicurezza nazionale. Il Documento 79 è in realtà la punta di un iceberg molto più grande, specchio della strategia di voler rendere la Cina meno ancorata all’Occidente per cibo, materie prime ed energia, e puntare sulle catene di approvvigionamento nazionali.

La tecnologia Usa nel mirino della Cina

Il Documento 79 ha visto la luce nel settembre del 2022, e cioè mentre gli Stati Uniti stavano aumentando le restrizioni e le sanzioni sull’esportazione di chip cinesi. Il paper, in sostanza, richiede alle aziende cinesi statali di fornire alle autorità aggiornamenti trimestrali relativi ai loro progressi nella sostituzione del software straniero utilizzato per attività quotidiane, quale la posta elettronica, le risorse umane e la gestione aziendale, con alternative tassativamente autoctone.

La direttiva, tra l’altro, è stata emanata dalla Commissione per la supervisione e l’amministrazione dei beni di proprietà statale del Consiglio di Stato (Sasac), l’agenzia che, di fatto, sovrintende all’enorme settore delle imprese statali del Paese (un gruppo che comprende più di 60 delle 100 più grandi società quotate in Borsa della Cina). Le aziende statali cinesi hanno insomma incrementato l’acquisto di marchi nazionali, anche se i sostituti locali a volte non si sono dimostrati all’altezza dei concorrenti Usa.

È anche per questo che Pechino intende favorire le proprie aziende tecnologiche: per ridurre il gap con i rivali internazionali. In ogni caso, mentre nel recente passato la Cina era una sorta di El Dorado per la maggior parte delle società hi-tech americane – preoccupate solo per la salvaguardia della loro proprietà intellettuale – adesso questi stessi attori si limitano a resistere in un ambiente ricco di ostacoli.

La mossa di Xi

La spinta di Xi Jinping a localizzare la tecnologia è nota come “Xinchuang“, traducibile in “innovazione IT” in riferimento ad una tecnologia autoctona sicura e affidabile. Negli ultimi dieci anni, in effetti, Xi ha ripetutamente enfatizzato l’innovazione tecnologica e l’uso di tecnologie locali affidabili all’interno dei dipartimenti governativi e nelle industrie strategiche.

Le rivelazioni dell’ex appaltatore della National Security Agency Edward Snowden del 2013 – secondo cui le autorità statunitensi avevano violato anche le comunicazioni dei telefoni cellulari cinesi – hanno accelerato il processo, spingendo le università e le società del Dragone a smarcarsi da tecnologie statunitensi. Un’ulteriore scossa è coincisa con l’aumento delle tensioni lungo l’asse Washington-Pechino agevolato dalla presidenza di Donald Trump.

Il risultato è che, oggi, il Dragone intende essere impermeabile ad ogni ipotetica minaccia esterna. Non è un caso che Xi abbia comunicato agli alti funzionari che la Cina dovrebbe sfruttare i propri punti di forza e il proprio mercato per eliminare i colli di bottiglia nello sviluppo di software essenziali come i sistemi operativi.

Nel frattempo, mentre la Repubblica Popolare Cinese si concentrava sulla sostituzione dell’hardware straniero, i ricavi dei colossi tecnologici oltre la Muraglia sono costantemente diminuiti. In occasione delle Due Sessioni appena concluse, poi, il premier Li Qiang ha rfatto sapere che il governo prevede di aumentare la spesa per scienza e tecnologia del 10%, portandola a circa 51 miliardi di dollari l’anno. Nelle fiere locali, intanto, i venditori cinesi pubblicizzano con febbrile eccitazione le loro tecnologie ben sapendo che uno dei loro prodotti potrebbe presto sostituire i marchi stranieri nelle aziende più importanti del Paese.

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