La geopolitica della corsa allo spazio
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Nel suo discorso al congresso lo scorso aprile, il presidente americano Joe Biden ha lanciato un appello per tenere fede alle promesse della democrazia. “Sarà in grado la nostra democrazia di prevalere sulle menzogne, sulla rabbia, sull’odio e sulle paure che ci hanno separati? I nemici dell’America – gli autocrati del mondo – scommettono che non ne sia in grado”.

Per riflettere su questo appello mondiale basta volgere lo sguardo verso uno degli attori più forti tra le democrazie liberali, ovvero l’industria geospaziale commerciale. Con un mix di spirito imprenditoriale, capitale di rischio e policy visionarie, questo settore è pronto, intenzionato ed in grado di contribuire alla trasparenza globale che promuove il bene comune, generando ordine dal caos e separando la realtà dei fatti dalla finzione. I dati generati dalle tecnologie di immagini satellitari forniscono la visibilità che ci aiuta a collaborare come alleati e a combattere la disinformazione. In altre parole, l’intelligenza geospaziale (Geoint) è in grado di vedere chiaramente anche attraverso l’offuscamento.

Le aziende di imaging commerciale scattano apertamente delle immagini che possono essere utilizzate strategicamente per fare sia leva che luce su complessi eventi geopolitici. Una luce che può ispirare una narrativa pubblica a supporto dei propri interessi e divulgare la disinformazione e i misfatti dei propri avversari.

Verso la metà del 2020, ad esempio, divenne sempre più difficile localizzare la posizione dei detenuti uiguri e di altre minoranze musulmane nella Cina occidentale. La piattaforma di geolocalizzazione cinese Baidu Maps mostrava segmenti di mappa vuoti al di sopra delle aree interessate, mascherando la realtà dei fatti. Le inchieste dei giornalisti di Buzzfeed si rivolsero dunque all’imaging satellitare commerciale di Planet, individuando le migliaia di prigionieri e campi di internamento nella regione e smascherando la falsa narrazione cinese

Al giorno d’oggi la tecnologia consente di monitorare in maniera pressoché costante qualsiasi attività in corso al mondo; una raccolta talmente olistica che permetterebbe di realizzare un modello del pianeta e di tutto ciò che accade su di esso. Tale modello porterebbe con sé numerosi benefici, dall’aumento del rendimento agricolo al rafforzamento delle filiere produttive, dal miglioramento della preparazione e della risposta alle catastrofi naturali a delle misure ambientali più precise, nonché l’individuazione in tempo reale di attori nefasti. Tuttavia, lo stesso modello richiederebbe di riconsiderare il concetto di privacy, e a noi di trovare il perfetto equilibrio tra i benefici di questa tecnologia, le implicazioni per la nostra privacy e la possibilità di abusarne.

Per prima cosa è importante sapere chi è che raccoglie questi dati e che cosa ne viene fatto delle informazioni raccolte. In passato a raccogliere dati erano i governi, nel bene e nel male, e lo scopo originario alla base delle tecnologie di remote sensing era la sicurezza nazionale. Tuttavia, in seguito al recente aumento dei progressi in ambito di tecnologia e innovazione da parte sia dei governi che del settore commerciale, le possibilità di trasparenza crescono in maniera esponenziale, in linea con il successo della nostra democrazia liberale in questa era tecnologica.

Alla luce di questo aumento nella raccolta di immagini e dati, saremo in grado di connettere trasversalmente i flussi di informazioni dall’attività umana alla realtà fisica, per poter finalmente sapere dove si trovano certe persone, perché si trovano lì, e dove si troveranno domani. Ovviamente, esistono usi propri ed impropri delle risposte a tali domande.

Se pensata come si deve, un’epoca di trasparenza radicale può portare ad un pianeta più prospero e ad un mondo più umano. Uno scenario che però richiederebbe di trovare la giusta via di mezzo tra accesso e controllo, dominio pubblico e privacy, e bene e male. Dal momento che l’espansione di questa sorveglianza è verosimilmente incessante ed inevitabile, dobbiamo riuscire a trovare un modo per far fronte ad una situazione del genere poiché, se affrontata con cauzione e lungimiranza, potrebbe portare enormi benefici alla nostra società.

Prevedere le modalità in cui si potrebbe abusare di questa trasparenza radicale è la soluzione più evidente per stabilire delle regole che incoraggino il bene ed impediscano il male. È necessario innanzitutto determinare chi controlla i nostri dati, chi vi può accedere, perché vi si debba accedere, e con quale autorizzazione. Occorre inoltre precisare il ruolo dei dati derivati nel nostro quadro legale. Infine dobbiamo rispondere alla seguente domanda: “In che modo la nostra società potrebbe adattarsi, innovarsi ed evolversi per sfruttare il potenziale dei dati e delle tecnologie geospaziali, mitigandone al tempo stesso le sfide dal punto di vista etico?”.

Mentre cerchiamo di rispondere a questa domanda, vorrei suggerire di farci tutti un bagno di umiltà, trattandosi di acque inesplorate in cui qualsiasi azione affrettata potrebbe avere ripercussioni deleterie. È fondamentale affrontare la situazione in maniera cauta e ponderata, mantenendo la flessibilità di saper cambiare le regole del gioco man mano che scopriamo meglio le ramificazioni e le conseguenze delle nostre decisioni. Finché non riusciremo a trovare un accordo sulle norme di privacy sui dati, sarà difficile creare delle regole durature intorno al tema della trasparenza. Questo dibattito è legato alle libertà dell’uomo e alla sua stessa esistenza, e la posta in palio è dunque altissima.

La società trasparente è arrivata e non se ne andrà molto presto, a prescindere da quanto si cerchi di cancellare la propria presenza digitale. Se pensiamo a questa trasparenza come ad una luce (come faccio io), essa brilla in entrambe le direzioni. La trasparenza si presta bene alle società liberali e democratiche. Come osservò Louis Brandeis della Corte Suprema degli Stati Uniti, “si dice che la luce del sole sia il miglior disinfettante”. Ritengo inoltre che il fondamento del discorso civile sia la fiducia, e non per essere d’accordo su ogni questione, ma per apprezzare ed empatizzare con punti di vista diversi. La luce della trasparenza favorisce la giustizia, mentre il male si nasconde nelle tenebre.

Dovremmo pertanto tenere a mente i punti di forza della nostra società — quali spirito imprenditoriale, capitale di rischio, competizione di mercato e rispetto per gli individui e per i loro diritti — mentre rivalutiamo che cosa dovrebbe significare oggi il concetto di privacy. Se riusciamo a prevedere alcuni dei modi in cui si potrebbe abusare dei dati raccolti, allora possiamo anche stabilire regole, leggi ed istituire apposite autorità che ne incoraggino un utilizzo migliore e ne condannino gli abusi. Procedendo con attenzione e cognizione di causa, questa tecnologia dispone del potenziale per rendere la trasparenza una forza benevola, in grado di rendere il pianeta un posto migliore.

Il presidente Biden ha chiuso il suo discorso di aprile riconoscendo come la nostra forma di governo democratica fosse messa alla prova come mai prima d’ora — specialmente da quei regimi con sistemi sociali ben diversi. Un mondo trasparente ridurrebbe la confusione ed aumenterebbe la conoscenza e la fiducia reciproca. Ed è in quel mondo che le democrazie si innoveranno per competere e vincere.

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