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Vittorio Colao sta guidando nel governo Draghi la strutturazione dei progetti che attraverso il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), ma non solo, dovranno contribuire a garantire un’efficace transizione digitale per l’Italia.

Il Pnrr targato Draghi sulla tecnologia accentua una postura euroatlantica nella definizione delle alleanze e dei progetti tecnologici. Apparendo dunque conforme alla visione che indicava a dicembre il ministro degli Affari Europei Enzo Amendola parlando del legame, molto spesso conflittuale, tra Usa e Ue nel comparto tecnologico: rafforzamento dell’autonomia digitale comunitaria nell’ambito del perimetro di sicurezza euro-atlantico. Una strategia su cui Draghi e il ministro per l’Innovazione tecnologica ed ex ad di Vodafone sono allineati.

In questo contesto i progetti del piano Draghi-Colao sulla tecnologia includono piani per poco meno di 50 miliardi di euro finalizzati a digitalizzare la pubblica amministrazione, rafforzare la transizione 4.0 delle industrie, creare competenze tecnologiche di base nel mondo scolastico, rilanciare il 5G nazionale e strutturare progetti di cloud in maniera complementare ai progetti già messi in campo da amministrazioni e aziende private.

In quest’ottica particolare attenzione va prestata al tema della creazione di un polo cloud nazionale per la pubblica amministrazione, che Colao ritiene edificabile entro il 2022. E dato che nella strategia dell’esecutivo per lo sviluppo del cloud nazionale è prevista l’edificazione di una crown hosting center, la joint venture pubblica privata che consoliderà la relazione tra strutture istituzionali e tessuto imprenditoriale nella strutturazione del progetto del polo strategico e dei suoi centri territoriali, si apre, come nota Domani, una discussione a tutto campo sulla sovranità sui dati. Ovvero un dibattito relativo alla possibilità che il coinvolgimento delle aziende del big tech statunitense possa portare a un elevato drenaggio di dati sensibili dal contesto nazionale.

L’Italia, Paese ritenuto contendibile sulla faglia della sfida geopolitica Cina-Usa da Washington negli anni passati, è stata attenzionata da vicino nella partita del cloud. Negli ultimi dodici mesi il big tech ha fatto passi avanti in Italia: Microsoft a maggio 2020 ha annunciato un ambizioso piano di investimenti dal valore di 1,5 miliardi di euro per promuovere lo sviluppo di cloud, Ia, digitalizzazione in Italia. Recentemente, l’azienda fondata da Bill Gates ha conquistato in Italia un partner fondamentale siglando un’alleanza con Leonardo. Il colosso del big tech e l’azienda partecipata pubblica della Difesa e aerospazio collaboreranno alla realizzazione di progetti per la trasformazione digitale della Pa e per le infrastrutture critiche nazionali, focalizzandosi sulla protezione dei dati e l’impiego di tecnologie e soluzioni cloud avanzate.

Amazon Web Services si sta ramificando sostenendo il distretto fintech di Milano per spingere la trasformazione digitale della finanza nazionale e di recente anche un altro campione americano del settore, e recentemente ha aggiunto al novero dei suoi interlocutori un’altra azienda di primo piano, Fincantieri.

Oracle, ha annunciato i suoi nuovi piani di espansione e sottolineato che la Penisola sarà un punto di riferimento per la strategia cloud dell’azienda nel futuro. Roma ha in tal senso agito con pragmatismo nel momento in cui l’Italia ha aderito al progetto del cloud europeo Gaia-X chiedendo di non escludere i colossi statunitensi stanziati in Europa dalla partecipazione al consorzio di ispirazione franco-tedesca.

Google, nota Domani, ha siglato accordi con Tim e Intesa San Paolo per il cloud, a cui metterà a disposizione le proprie tecnologie permettendo ai clienti di mantenere il controllo di infrastrutture e data center.

Questa ramificazione degli Stati Uniti nel mercato digitale europeo può creare incomprensioni se tra le due sponde dell’Atlantico non si giungerà a un accordo sulle istituzioni chiamate a dover materialmente governare i dati. Lo scoglio principale è il Cloud Act americano del 2018, che afferma legalmente quanto nella prassi avveniva da tempo: gli apparati federali Usa si arrogano il diritto di rivendicare l’utilizzo dei dati in possesso delle aziende del big tech indipendentemente dal luogo in cui sono stati raccolti. Il Cloud Act americano dispone che la richiesta di produzione e condivisione dei dati in possesso degli Internet Service Providers prescinda dal luogo in cui sono situati i server.

Chiaramente tale visione cozza con gli avanzati regolamenti europei di protezione dati Gdpr, con la tutela della concorrenza e dei consumatori, con il rispetto della privacy e con le dinamiche industriali del settore tecnologico. Per preservare l’alleanza tecnologica con Washington e evitare incomprensioni i Paesi europei, Italia in testa, dovranno strutturare strategie che sappiano sanare questa contraddizione. Il Cloud permette di sviluppare nuovi servizi pubblici digitali in maniera più rapida, agile e meno costosa ed è dunque asset strategico di punta, e inoltre in Europa il mercato dei servizi ad esso collegati è stato stimato da Kpmg in 53 miliardi di euro: partecipare con coscienza alla partita è dunque fondamentale.

Colao ha in tal senso più volte prospettato il suo sostegno per il modello francese di cloud. Sostenendo la realizzazione un cloud per la Pubblica amministrazione con dei livelli di sicurezza rinforzati, con una giurisdizione sicuramente italiana, cioè con una residenza italiana dei dati e con l’accesso alle migliori tecnologie internazionali. “Consapevole del vantaggio tecnologico americano e volendo garantire al Cloud nazionale il massimo della performance, senza però abdicare al controllo ed alla protezione dei dati, la Francia ha tuttavia previsto che le tecnologie USA in materia di Cloud possano essere utilizzate su licenza dalle imprese francesi ed europee”, scrive Key4Biz. Non a caso i campioni della Difesa come Leonardo, ovvero aziende abituate a maneggiare tecnologie critiche e standard securitari elevati e ben inserite nel contesto euroatlantico, sono stati i precursori in tale campo. Costruire un asse tech con Washington è possibile a patto che gli alti standard securitari della tecnologia europea siano rispettati appieno. E anche per l’Italia questa necessità è cruciale per stimolare un uso della tecnologia che sappia coniugare produttività, sicurezza e autonomia strategica.