Meta punta su Advanced Micro Devices (Amd) per la sua intelligenza artificiale e lancia un investimento da 100 miliardi di dollari per comprare i chip per l’IA della rivale di Nvidia e farne correre la tecnologia per poter competere in un mercato sempre più articolato e complesso.

Meta-Amd, patto da 100 miliardi di dollari

La decisione della parent company di Facebook, WhatsApp e Instagram di potenziare con 6 GW di potenza di calcolo targati Amd la sua offerta IA va nella direzione di una crescente diversificazione e mostra, al contempo, che non è solo l’azienda guidata da Jensen Huang a essere condizionata dalla cosiddetta “economia circolare” dei data center.

Amd, guidato dalla dinamica manager Lisa Su, offre le sue azioni in prospettiva (Meta ha un warrant per arrivare al 10% della compagnia) in cambio di scala e competenze tecniche. Si rafforza la cosiddetta “economia circolare” del tech e dell’IA, con compagnie che generano e governano i servizi da un lato e provider di hardware e infrastruttura dall’altro. Meta ha in previsione di effettuare almeno 600 miliardi di dollari din investimenti in data center e ha contabilizzato per il 2026 una spesa in conto capitale da 135 miliardi di dollari, seconda solo a quella di Alphabet, la parent company di Google (180 miliardi), nel quadro di uno sforzo che quest’anno vedrà i giganti della Silicon Valley promuovere spese per 660 miliardi complessivi.

Il derby Amd-Nvidia su Meta

Di questi investimenti i big come Amd cattureranno una quota crescente di ricavi, e il 2026 si consolida con un grande 2025 da questo punto di vista: compagnie tecnologiche che mirano a costruire una solida potenza di calcolo e attori dei chip che giocano di sponda con queste ultime, mirando da un lato a creare business e dall’altro a ottenere capitali in una dinamica che le vede dipendenti dai flussi di cassa. Tramite il vendor financing (chiamata giornalisticamente “economia circolare”), sostanzialmente le aziende che vogliono sviluppare la potenza di calcolo finanziano con capitali i loro fornitori, consentendo l’ottimizzazione dei flussi di denaro.

L’accordo con Meta, nota il Financial Times, “rispecchia un accordo che Amd ha stretto con OpenAI in ottobre, in cui al produttore di ChatGPT è stata offerta una quota del 10 percento nel gruppo di chip nel tempo” e segue un accordo pluriennale tra Meta e Nvidia che mostra tanto l’interoperabilità tra le compagnie tech quanto la volontà di aziende come quella di Mark Zuckerberg di diversificare tra un parterre ristretto di fornitori quanto il tentativo di bypassare il vero elefante nella stanza, Google, che con le sue Tensor Processing Unit (Tpu) intende superare le tradizionali Gpu marcate Nvidia e passare dall’allenamento dei modelli di IA ordinari alle applicazioni più concrete per lo sviluppo dell’inferenza.

L’ombra di Google

Per le rivali di Mountain View, una dipendenza dalle Tpu di Google darebbe al gruppo di Sundar Pichai una dominanza a tutto spettro nel mercato IA, completo di software in crescita (Gemini) e hardware decisivo (Tpu Ironwood). Nelle pieghe tra i timori delle rivali e le opportunità di business si inseriscono gruppi come Amd, che ha una parabola simile a Nvidia: un’azienda americana guidata da una dinamica figura manageriale taiwanese. Lisa Su contro Jensen Huang: c’è molto della filiera industriale, tecnologica e strategica dell’IA in questo dualismo tra aziende che hanno un comune obiettivo, concorrenziale, di essere il miglior provider di hardware per la rivoluzione IA e hanno una comune rivale, proprio Google, con i loro clienti. Questo può portare a una concentrazione oligopolistica delle forniture di chip per la corsa alla potenza di calcolo. E le scelte di Meta parlano chiaro.

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