Se gli hacker russi sono i detentori di una fama sinistra riconosciuta in tutto il mondo occidentale – con particolare riferimento all’Italia -, si parla molto meno, e questo dovrebbe far riflettere, degli hacker cinesi. Parlare di hacker è probabilmente fuorviante: come per i russi dovremmo piuttosto parlare di gruppi organizzati di esperti informatici, più o meno riconducibili a organismi para-statali.
Un grande cyber-fratello
Già, perché quando si parla del colosso cinese bisogna pensare ad un grande organismo nel quale più elementi concorrono alla cosiddetta suck information, vastissime operazioni di acquisizione di dati e informazioni. La Cina può contare su una moltitudine di agenzie governative e private per gestire e filtrare l’enorme afflusso di informazioni sugli individui o gruppo di individui oggetto di indagine. Stiamo parlando di un paese che è in grado di applicare su larga scala le cosiddette operazioni di Virtual Human Intelligence per le acquisizioni di informazioni sugli utenti della rete.
Forse oggi è questo il carattere distintivo del gigante asiatico: il significativo utilizzo di strutture accademiche, aziende private e centri di ricerca per le attività di raccolta di elementi informativi che rende difficile ai Paesi esteri una ricerca standardizzata di queste operazioni. Inoltre, sembrerebbe che la Cina abbia completamente integrato nelle sue discipline cyber le operazioni VHUMINT. Se a questo sommiamo l’enorme potere ispettivo nei confronti della propria popolazione per verificarne la lealtà al partito, il mix è qualcosa di cui forse dovremmo preoccuparci. Ma torniamo al tema iniziale e poniamoci una domanda: in questo scenario le attività hacker che ruolo hanno?
Paperwall: la rete della disinformazione
Della loro incidenza e delle loro scorribande nel mare senza fondo della rete ne abbiamo parlato con Alberto Fittarelli, analista ed esperto informatico nell’ambito del contrasto alla disinformazione. Per tanti anni dipendente di Meta, oggi Fittarelli lavora per il Citizen Lab dell’Università di Toronto, Laboratorio impegnato nella ricerca e nella divulgazione di contenuti riguardanti i diritti umani e la global security.
Recentemente, come riportato nel sito di informazione Formiche.net, Fittarelli è stato autore di una importante ricerca ripresa dai media di tutto il mondo che ha portato al disvelamento di una intricata rete della disinformazione denominata Paperwall, una rete che fa riferimento al colosso cinese di servizi cloud Tencent, considerato dall’intelligence americana come emanazione dei servizi segreti cinesi. Quale che sia la vera natura di questa imponente rete, Fittarelli ha avuto il merito di scardinarla, anche se, come lui stesso ammette, questa poteva essere “una versione beta, una versione prototipo di quella che potrebbe diventare un’operazione, magari in futuro, più influente, più efficace”.
In Italia la rete Paperwall si dirama con siti di disinformazione dai nomi fuorvianti: Venezia Post, Napoli Money, Roma Journal, nomi che potrebbero indurre utenti meno avveduti a prestare fede a notizie diffuse con un obiettivo preciso: fare disinformazione e colpire i dissidenti cinesi residenti all’estero. Se infatti il grande fratello cinese spegne in patria ogni forma di “disobbedienza civile”, all’estero bisogna mettere in atto strategie differenti in grado di penetrare le maglie della classica informazione occidentale.
Un’ossessione per le informazioni
Ma a Fittarelli abbiamo fatto una domanda ben precisa: quanto sono bravi gli hacker cinesi? O meglio, in “cosa” sono bravi? Premettendo che il termine “hacker”, di immediata comprensione per un pubblico di non addetti ai lavori, viene qui utilizzato con un’accezione di sintesi:
“Gli hacker cinesi possono essere bravissimi. I loro servizi segreti hanno una particolare predisposizione a esfiltrare informazioni sensibili per il doxxing dei dissidenti residenti all’estero, cioè per esporne le informazioni private. Foto, indirizzi, qualsiasi tipo di informazione può diventare un obiettivo. Nell’ambito del mio lavoro, tuttavia, gli hacker restano in secondo piano: occupandomi di disinformazione, abbiamo spesso a che fare con agenzie esterne che non sono equipaggiate in senso stretto per operazioni di crimine informatico ad alto livello. Per quanto riguarda la rete Paperwall, dietro a tutto si celava un’agenzia di marketing. In questo caso, la sofisticatezza dei metodi non è molto alta, ma non per questo la loro azione è meno efficace”.
I rischi dell’Intelligenza Artificiale
Dietro la rete di disinformazione cinese, dunque, non un esercito di esperti informatici pronti a colpire target precisi con malware aggressivi e all’avanguardia, ma una pletora di soggetti con competenze tecniche di livello medio che puntano ai grandi numeri. Questa scelta non va intesa come approssimazione, quanto piuttosto come una precisa strategia che in questo caso era in stato embrionale, ma che, con l’avvento dell’Intelligenza artificiale, potrebbe diventare molto più incisiva e di difficile individuazione:
“Con l’intelligenza artificiale – ci spiega Alberto Fittarelli – sicuramente quello che succede in una campagna informativa, lo scraping, quindi l’estrazione, il rubare i contenuti da siti che esistono veramente e localmente in Italia, per esempio il Fatto Quotidiano o altri giornali anche locali, dai quali il contenuto viene sostanzialmente copiato e incollato, diventerebbe un’operazione superflua: l’intelligenza artificiale in futuro potrebbe generare automaticamente questo tipo di contenuti nella lingua locale e permettergli di rendere unici i pezzi. Mentre adesso li identifichiamo come articoli che sono stati copiati e incollati, in futuro potrebbero diventare unici, firmati da un loro brand. Roma Journal, per esempio, potrebbe diventare più credibile ad un occhio meno esperto. Inoltre, si potrebbe venire a contatto con questo tipo di siti attraverso una campagna promozionale. Con questo investimento il lettore finale farà molta fatica a distinguere un sito legittimo da uno che in realtà è gestito da Shenzen, come in questo caso”.
Profilo basso
Uno scenario inquietante, dove l’informazione è il vettore principale per veicolare una propaganda volta a colpire, screditare, mistificare la realtà. Uno scenario in cui il giornalismo si svuota di ogni etica e contenuto, prestandosi al servizio di un potere dai tentacoli lunghi e insidiosi.
Ad Alberto Fittarelli abbiamo chiesto come si articola la “giornata tipo” di un analista preposto al contrasto della disinformazione online: “Posso dire che il nostro è un lavoro di monitoraggio costante, di studio, di analisi, dove i social network giocano un ruolo di primo piano”.
Di certo il disvelamento della rete Paperwall e il conseguente clamore generato nella comunità internazionale è stato mal digerito dalla Cina, che ha definito l’operazione di Fittarelli e del Citizen Lab come un’opera di disinformazione.
L’attenzione resta dunque alta. Come sottolineato da Fittarelli, questa può essere interpretata come una prova generale neanche particolarmente sviluppata sotto il profilo tecnico. Una sorta di “stress test” per capire quali possano essere gli indirizzi di azioni future, certamente meglio orchestrate.
Al termine dell’intervista, resta una certezza: i cinesi sanno muoversi a loro agio nel mondo oltre lo schermo. Ma in una cosa sono ancora più bravi: non emergere come i primi della classe. E questo sì che è il vero motivo per temerli.