Una delle statistiche più importanti riguardanti l’ascesa della Cina a grande potenza globale è un dato riguardante i trend di formazione della popolazione della Repubblica Popolare: il Paese forma oltre 4 milioni e mezzo di laureati all’anno in scienze, tecnologia, ingegneria e matematica, un dato quasi nove volte superiore a quello degli Stati Uniti e pari alla somma dei quattro Paesi successivi. La seconda in classifica è sempre asiatica, l’India, e immette nel mercato del lavoro 2,5 milioni di professionisti delle scienze.

L’ingegneria come via per lo sviluppo
In 75 anni la Cina è passata dall’essere una nazione con l’80% di tasso di analfabetismo, colpita da carestie e disastri naturali, incapace di rompere la trappola malthusiana al ruolo di grande potenza economica e industriale globale anche grazie a una spinta di frontiera sulla tecnologia. Dall’essere la “fabbrica del mondo” la Repubblica Popolare è gradualmente arrivata ad essere lo studio d’ingegneria del pianeta, una potenza-guida nella progettazione, nella trasformazione industriale e nella scalabilità di prodotti utili per l’industria e lo sviluppo internazionale di cui controlla le catene del valore.
Dalla filiera del solare all’auto elettrica, dalla chimica ai beni intermedi per la filiera della microelettronica, sono molti i campi in cui la catena del valore made in China condiziona interi settori. E nulla sarebbe stato possibile senza la grande spinta di Pechino sulle tecnologie di frontiera più dirompenti. Il Center for Security and Emerging Technology fa notare in una sua ricerca che nel 2025 “le università cinesi produrranno più di 77.000 dottorati STEM all’anno rispetto ai circa 40.000 degli Stati Uniti. L’Oriente è in marcia e la fortuna degli Usa, in quest’ottica, è che restano in cima alla capacità di attrazione del capitale umano straniero dato che “se gli studenti internazionali fossero esclusi dal conteggio degli Stati Uniti, i dottorati Stem cinesi supererebbero di numero i loro omologhi statunitensi di oltre tre a uno”.
Il discorso di Deng che anima la strategia della Cina
La filosofia dominante per lo sviluppo cinese è quella impressa il 18 marzo 1978 dall’allora leader Deng Xiaoping in un discorso alla Conferenza nazionale della scienza, in cui il padre dell’apertura di mercato della Cina socialista sottolineò che era interesse vitale del Partito Comunista Cinese lasciar libero sfogo alle energie della scienza e della ricerca del Paese: per Deng “la modernizzazione della scienza e della tecnologia” era la chiave dello sviluppo.
Secondo il leader, “senza scienza e tecnologia moderne, è impossibile costruire un’agricoltura moderna, un’industria moderna o una difesa nazionale moderna. Senza il rapido sviluppo della scienza e della tecnologia, non può esserci un rapido sviluppo dell’economia”. Diceva Deng che “per elevare il livello scientifico e tecnologico della Cina dobbiamo fare affidamento sui nostri sforzi, sviluppare la nostra creatività e persistere nella politica di indipendenza e autosufficienza”.
Parole attuali se si pensa al fatto che negli ultimi anni la Repubblica Popolare ha assunto la leadership, con forze endogene, della filiera dell’auto elettrica e delle batterie con Byd e Catl, ha visto i campioni nazionali del 5G (Zte e soprattutto Huawei) pressati sul fronte internazionale e riorientati sul fronte interno a produrre tecnologie critiche al servizio dell’hardware e del software made in China, da ultimo con DeepSeek ha potuto garantire l’emersione di un sistema di intelligenza artificiale generativa totalmente realizzata sul fronte interno.
La sfida per gli Usa
Gli Stati Uniti appaiono la potenza maggiormente pressata dall’ascesa dell’esercito degli ingegneri e dei tecnici scientifici cinesi e delle loro creazioni come fonte di un nuovo equilibrio produttivo, industriale e di sviluppo su scala internazionale. L’amministrazione di Joe Biden, nell’ottobre 2023, ha visto la pubblicazione di un ordine esecutivo riguardante lo sviluppo e l’uso sicuro, protetto e affidabile dell’intelligenza artificiale e la promozione delle tecnologie Stem come chiave per lo sviluppo e la competitività del sistema-Paese a stelle e strisce.
Il timore politico di Washington è legato alla dipendenza sostanziale non solo dalle tecnologie e dalle aziende asiatiche in settori-chiave (si pensi ai semiconduttori) ma anche dalla forza lavoro e dalle competenze straniere a ogni livello. Da Jensen Huang, Ceo di Nvidia, a Satya Nadella, Ceo di Microsoft, le sfere apicali della Silicon Valley raccontano una storia che a livello di ricerca e di quadri aziendali è chiara: la preponderanza di stranieri, soprattutto asiatici, a scapito dei cittadini statunitensi. Tanto che molti studenti classificati come asiatici negli Usa contestano l’azione affermativa volta a privilegiare le minoranze perché, col meccanismo delle quote, li sotto-rappresenterebbe rispetto alle loro competenze e capacità.
In definitiva, il “secolo asiatico” si plasma tra accademie scientifiche, industrie e tecnologia. E riguarda in profondità tutte le dinamiche di sviluppo e competizione tra le grandi potenze. Arriva fino nel cuore della superpotenza, che delle menti del nuovo baricentro del mondo non può fare a meno, a partire da quelle cinesi. E questo ci racconta quanto il mondo sia cambiato, quanto ormai i centri dello sviluppo globale siano in Oriente e quanto, piccola nota conclusiva, chi rimane indietro su questi settori rischia di esser condannato al de-sviluppo e al declino. Ogni riferimento all’Europa è voluto.

