La crisi dei chip è un problema per gli Stati Uniti che nel settore dei semiconduttori vivono un’ambivalenza strategica.

Da un lato, Washington controlla una nicchia ristretta ma decisiva della catena del valore dei chip: i produttori di chip a stelle e strisce (alcuni nomi: Broadcom, Qualcomm, Nvidia e AMD) sono entrati con forza negli ultimi anni nella fascia più strategica del settore, quella legata al design, alla progettazione, al’innovazione per i chip di ultima generazione e, soprattutto, a brevetti e proprietà intellettuale. Princiaplmente grazie agli intangible assets, le aziende statunitensi sono diventate rapidamente gli attori imprescindibili nel settore dei semiconduttori, in quanto aggregatori di componentistica a diretto contatto con le maggiori potenze del big tech.

Dall’altro, però, questo è andato di pari passo con un’esternalizzazione della produzione della subfornitura e della componentistica che ha reso, sul fronte materiale, Washington dipendente dalle fasce intermedie della catena del valore, stanziate principalmente in Asia. Con Taiwan e Corea del Sud in prima fila per produrre la componentistica di base e la Cina, collo di bottiglia del sistema, al centro nell’assemblaggio di chip intermedi destinati ai big americani.

La complessa agenda di Biden sui chip

E proprio su questo fronte impattano le scelte politiche americane. Fin dall’inizio del suo mandato l’amministrazione Biden ha voluto ampliare le politiche di reshoring industriale anticipate dall’amministrazione Trump, espandendole però a settori critici legati alla tecnologia e ai sistemi di ultima generazione. In quest’ottica Biden vuole reindustrializzare l’America riportando in patria le produzioni più innovative delocalizzate in passato, principalmente per attuare il disaccoppiamento dalla Cina nelle catene del valore globali. Operazione compiuta sia con iniziative legislative che con un ampliamento del sistema delle sanzioni messo in campo contro compagnie legate alla Repubblica Popolare.

Il combinato disposto tra alleanze industriali con i Paesi “amici” produttori di chip, il reshoring di parti importanti della catena del valore e le sanzioni a Pechino mira a prevenire che in futuro la Repubblica Popolare possa pressare Washington stabilendo una sua filiera autonoma e sfruttando le vulnerabilità del sistema globale dei chip per mettere in difficoltà gli States, titolari del capitale immateriale ma secondari nelle dinamiche produttive del mercato dei semiconduttori. Gli Stati Uniti sono determinati a difendere il loro predominio assoluto al vertice del catena del valore dei semiconduttori e con Biden si è segnalato un crescente dinamismo della strategia di politica politica industriale a sostegno dell’industria nazionale del settore. L’Innovation and Competition Act, che include 52 miliardi di dollari investimenti federali per la ricerca, la progettazione e la produzione di semiconduttori domestici nel Chips for America Fund, è considerato il primo passo per prevenire il dominio cinese ma è bloccato tra Camera e Senato a pochi mesi dalle elezioni di Midterm.

Il bivio americano sui chip

La mossa può però ritorcersi contro l’amministrazione, nota The Diplomat: “Nonostante la sua importanza per la sicurezza nazionale, è probabile che il piano ambizioso degli Stati Uniti per affrontare la crisi della catena di approvvigionamento interromperà il loro attuale dominio di fascia alta” per i motivi precedentemente citati. Nello specifico, nota la testata di riferimento dell’Indo-Pacifico, “ci sono due grandi sfide che l’amministrazione Biden deve affrontare. In primo luogo, una politica di autosufficienza orientata alla sicurezza che si concentri sull’intera catena del valore interromperebbe inevitabilmente l’attuale sistema di produzione globale di semiconduttori sostenendo costi economici significativi e deviando risorse economiche” che Washington potrebbe dirottare sui suoi settori di maggiore specializzazione.

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Colpire Pechino: una via percorribile?

Nel pieno del Chipageddon pare più efficace per gli Stati Uniti la strategia di colpire indirettamente la Cina sanzionando le compagnie che utilizzano tecnologia americana. Tra il 2021 e il 2022 l’amministrazione Biden ha sanzionato più di venti importanti società di chip cinesi, scegliendo di prolungare ed espandere la guerra commerciale di Trump come accaduto in settori strategici quali quello delle reti 5G. Secondo una ricerca della Semiconductor Industry Association Pechino nel settore controlla ormai il 9% del valore di mercato complessivo su scala mondiale e mira a salire a 116 miliardi di valore (17% su scala globale) entro il 2024. Il Center for Security in Emerging Technology (Cset) della Georgetown University nota che i chip pensati con tecnologia Usa sono utilizzati ampiamenti dalla Cina nei settori critici e addirittura nella ricerca sull’intelligenza artificiale a fini industriali, spionistici e militari. Questo non deve sorprendere, come non deve farlo il ritrovamento di chip Usa nelle armi russe impegnate in Ucraina.

In quest’ottica, sanzionare e ridurre il peso della Cina in questo mercato appare giustificato strategicamente con l’obiettivo di vedere la crescita di Pechino ridimensionata e la sicurezza nazionale messa come driver del commercio nell’agenda economico-industriale statunitense.

Ma si può porre la domanda circa l’effettiva natura di Pechino come minaccia esistenziale alla sicurezza tecnologica a stelle e strisce. Del resto, è vero che la Cina è il maggior utilizzatore di semiconduttori, dato dovuto alle dimensioni del suo mercato interno dell’elettronica e dell’automotive e al fatto che in molti settori Pechino resta “fabbrica del mondo”. Eppure, d’altro canto la Cina non dispone di tecnologie proprietarie paragonabili a quelle a stelle e strisce, è dipendente da società straniere per le apparecchiature e la stragrande maggioranza della sua produzione autoctona è di diverse generazioni indietro rispetto ai chip americani più all’avanguardia.

In quest’ottica, diversi esperti e studiosi si pongono dei dubbi: l’eccessiva focalizzazione securitaria di Biden non rischia, in una fase di acuta criticità per il mercato globale e in cui, parola di Janet Yellen, un terzo dell’inflazione Usa ai massimi da quattro decenni è dovuta alla carenza di chip e di materie prime critiche di aumentare inutilmente le tensioni economico-industriali? Brian Deese, capo del National Economic Council, cita che l’aggravarsi della crisi dei chip è costata un punto percentuale di crescita a Washington nel pur brillante 2021. Con una recessione alle porte che si fa sempre più probabile, ripetere questa esperienza appare rischioso.

Washington sopravvaluta Pechino?

Ed è sintomatico che una testata apertamente conservatrice e anticinese come National Interest sia arrivata a sottolineare che “i costi economici dell’atteggiamento da falco di Biden sull’industria dei chip superano i vantaggi geopolitici”, obiettando alle mosse del presidente il fatto che “la politica estera degli Stati Uniti sta peggiorando la carenza di chip, alimentando così l’inflazione”.

Nell’analisi firmata da Kevin Klyman, ricercatore sulle nuove tecnologie all’Harvard Kennedy School’s Belfer Center for Science and International Affairs, si legge che per l’incoerenza tra il dato di partenza e gli obiettivi di Biden “le restrizioni statunitensi sui produttori di chip cinesi hanno contribuito in modo significativo alla carenza di chip nazionali” e che se, da un lato, “i limiti del presidente Donald Trump ai produttori cinesi, che Biden ha intensificato, hanno dimezzato le importazioni statunitensi di chip cinesi”, dall’altro l’escalation di divieti “ha impedito alle società che hanno contratto con entità statunitensi di lavorare con società cinesi”, portando “altri produttori di chip a utilizzare eccessivamente le loro fabbriche per massimizzare la produzione” e sopperire alla domanda americana rimasta inevasa, “trascurando la necessità di eseguire la manutenzione delle apparecchiature e aumentando il rischio di ulteriori interruzioni della fornitura”.

C’è dunque la possibilità che gli Usa, sul campo dei chip, sopravvalutino la Cina e la possibilità di minacce di Pechino alla sicurezza nel sistema. E questo rischia di creare effetti controintuitivi. Aumentando la fragilità americana in un settore in cui il primato cognitivo e tecnologico è e resterà a lungo a stelle e strisce. Dunque impedendo all’America di porsi le domande giuste per mantenere la sua superiorità, che passano dalla ricerca e dal suo finanziamento prima ancora che dalla fabbricazione o dal commercio di semilavorati fondati sulle sue proprietà intellettuali.

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