La Repubblica Democratica del Congo denuncia Apple in Francia e Belgio. L’accusa? L’azienda di Cupertino userebbe per la costruzione dei suoi dispositivi minerali “insanguinati” provenienti dal saccheggio del grande e diviso Paese africano, attraversato da diverse linee di faglia e conflitti.
“È chiaro che il gruppo Apple, Apple France e Apple Retail Belgium sanno benissimo che la loro filiera di approvvigionamento di minerali si basa su illeciti sistemici”, si legge nella denuncia presentata per le filiere di stagno, tantalio e tungsteno, per il cui approvvigionamento Apple è accusata di far uso di prodotti saccheggiati al Congo da milizie che si sono macchiate di reati violenti e crimini di guerra, molto spesso proxy del Ruanda. Kigali ha proiettato nel tempo influenza dal Congo orientale al Mozambico ed è accusata di sfruttare la sua vicinanza ai Paesi occidentali per sottrarre risorse ai più grandi e instabili Stati limitrofi.
“A fornire le prove di questi crimini sarebbero direttamene i dati sulle esportazioni del paese”, scriveva ad aprile Nigrizia. Un esempio per tutti? “Pur non avendo grandi riserve del minerale in questione, partirebbe da Kigali il 15% del totale di tutta il commercio mondiale di tantalio”, notava la testata d’avanguardia sul continente africano, sottolineando come gli Stati Uniti importino dal Ruanda il 37% del totale della loro domanda e da Kinshasa solo il 6%. Sotto accusa la due diligence di Apple, che ora dovrà difendersi provando che in alcun modo non ha fatto uso dei conflicts minerals. Negli Usa, nota l’Ispi, “il Dodd-Frank Act, la corposa legge per la riforma di Wall Street, in una sua parte chiede alle compagnie multinazionali di dichiarare la provenienza delle proprie materie prime”, e l’accusa del Congo è che Apple abbia sottovalutato la presenza di minerali “insanguinati” nella sua filiera. Il gruppo guidato da Tim Cook ha dichiarato di aver cessato gli approvvigionamento da Congo e Ruanda da gennaio.
Il caso, in attesa che prenda forma un possibile processo, mostra in ogni caso l’eterna fragilità del Congo, Paese la cui instabilità geopolitica va di pari passo con la sua ricchezza economica. La geoeconomia è sempre stata la maledizione dell’ex colonia belga: sfruttata, come ben spiegato da Africa Rivista, dal sovrano belga Leopoldo II per le riserve di caucciù tra fine XIX e inizio XX secolo, la terra del Congo è stata poi contesa dal grande capitale anglo-francese a caccia di petrolio e diamanti, che alimentarono conflitti come quello del Katanga.
Sono seguite le corse a uranio, coltan, terre rare, fondamentali per i moderni dispositivi elettronici, la cui economicità si basa anche sul basso costo dei materiali del Congo. A luglio raccontavamo su queste colonne della battaglia per il cobalto della Repubblica Democratica del Congo in cui Usa e Cina si vedevano coinvolte assieme a capitali svizzeri e israeliani. Una battaglia di tutti contro tutti con un solo vero protagonista assente: i titolari della sovranità sui diritti delle risorse, che sono i membri del popolo congolese. Grande sconfitto di questa corsa selvaggia al Paese che continua dai tempi del colonialismo belga.

