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Automobile, tecnologia, elettronica di consumo: la crisi dei semiconduttori morde ferocemente e causa danni dolorosi all’industria planetaria. Il chipageddon, somma dell’asimmetria enorme tra domanda e offerta di semiconduttori, della frastagliatezza delle catene del valore globali dopo il Covid-19 e delle incertezze del mercato globale, è una delle minacce più importanti a una ripresa economica a tutto campo dei Paesi più avanzati. E la conta dei danni inizia a farsi severa.

Nintendo avverte che la crisi dei chip bloccherà l’avanzamento della consegna al mercato della console Switch; dalle schede video alle PlayStation 5 gli amanti del gaming online di tutto il mondo hanno da tempo dovuto fare i conti con gravi carenze simili; Stellantis lamenta una produzione automobilistica inferiore di circa 190mila unità nelle case del suo gruppo; Nissan dovrà probabilmente rivedere le aspettative positive per un ritorno all’utile e subirà il terzo “rosso” consecutivo per i cali di fatturato e produzione; anche Volkswagen, Ford, Tesla temono ricadute miliardarie per la crisi e il parallelo sovrapporsi della carenza di gomma e resine (fondamentali per i pneumatici) che sta impattando anche sul produttore motociclistico Kawasaki; un produttore di componentistica fondamentale come la tedesca Bosch ha annunciato che accetterà di continuare le forniture solo di fronte a contratti garantiti da solide certezze di pagamento o saldati money on the table al momento della chiusura.

La sfida del chipageddon è un colpo durissimo per l’industria globale. L’aumento netto della domanda di tecnologia di consumo durante l’era dei lockdown ha drenato i semiconduttori dai settori bloccati dalle politiche di confinamento come l’automobile, che al momento della difforme ripartenza economica avviatasi su scala globale dall’estate 2020 in avanti ha contribuito ad alimentare una pressione sull’industria dei chip non corrisposta dagli incrementi di produzione. Parallelamente, il costante assorbimento di chip compiuto nella fase di ripresa economica da parte della Cina ha mostrato tutta la fragilità della catena del valore globale di un settore che ha la produzione concentrata in pochi, ridotti centri nevralgici. Aziende come Samsung e la taiwanese Tsmc, definita dal Financial Times “la meno nota tra le aziende più importanti nel mondo”, hanno un vero e proprio oligopolio di mercato.

La corsa alla copertura dello spettro intero della Legge di Moore da parte dei produttori si unisce alla necessità di far fronte a ragioni di carattere industriale e strategico per superare i colli di bottiglia del settore che si sono creati. L’investimento europeo da 30 miliardi di euro e quello statunitense legato ai progetti di Joe Biden che l’azienda privata, Intel in testa, sta strutturando vanno nella direzione di aumentare la base produttiva dell’industria occidentale sul fronte dei chip.

Ma la sfida è complessa e, come ha dimostrato anche la battaglia per la produzione vaccinale, nei settori strategici la prima questione fondamentale è legata alle economie di scale sugli impianti. Le foundries dei semiconduttori sono impianti complessi e che necessitano di mesi di lavoro per lo sviluppo e la messa in opera, e ogni investimento in impiantistica deve contare diverso tempo prima dell’avvio effettivo della macchina produttiva. Dall’ordine di un semiconduttore alla sua consegna possono passare fino a 26 settimane (sei mesi) e la costruzione di nuove foundries è un processo complesso e che richiede importanti investimenti.

Aziende come Continental, colosso tedesco degli pneumatici, hanno segnalato che i clienti finali, auto in primis, devono migliorare la previsione della domanda di chip per evitare che si creino pericolosi colli di bottiglia. Lo choc sistemico, inoltre, rischia di generare incertezza sul fronte finanziario globale. Roberto Rossignoli, Portfolio Manager di Moneyfarm, società italiana di gestione del risparmio, ha scritto su StartMag che “la crisi dei semiconduttori è sintomatica delle grandi sfide che la catena di approvvigionamento a livello mondiale sta affrontando. Questi colli di bottiglia sempre più frequenti possono manifestarsi come prezzi più elevati e tempi di consegna più lunghi. Ciò è molto significativo da un punto di vista finanziario, in un momento in cui i mercati sono concentrati sul rischio inflazione” e in cui la pressione di prezzo sulle materie prime rischia di scaricarsi sui consumatori finali. Il rischio è che possa manifestarsi “il primo vero shock dell’offerta da diversi anni e ricordare gli anni delle crisi petrolifere, con inflazione molto forte e mercati incerti” di fronte alla carenza di una materia prima strategica per l’industria e i consumi.

La consapevolezza, dunque, è che non siamo che agli inizi di una tempesta che destabilizzerà nel profondo le catene del valore globali. Riportando fortemente sul tavolo la questione del reshoring delle produzioni strategiche nei Paesi ad economia avanzata, per i quali i semiconduttori stanno diventando un asset vitale per la sicurezza collettiva. La pandemia rischia dunque di lasciare dietro di sè strascichi profondi e problematici a livello globale anche quando il Covid-19 sarà alle spalle: e la questione della governance dell’industria e del commercio globale e delle necessarie correzioni ai modelli a lungo ritenuti più adatti alla globalizzazione si porrà come sempre più impellente.