Il canale Telegram non si aggiorna, le 15 sono scoccate da un pezzo, il link non compare: all’improvviso, pochi minuti dopo, appare un messaggio con un link di redirect allo store online di un venditore privato di schede video di un noto fornitore statunitense. Il lotto è in vendita, è una gara di velocità. Ma bastano pochi secondi per veder scomparire l’intera disponibilità: per un’altra settimana, non se ne parla. Chi scrive ha dovuto, più volte, provare questa frustrante sensazione che è uno dei più comuni e diretti impatti della crisi globale dei semiconduttori che ha rallentato l’industria mondiale in diversi settori.

Che si tratti di comprare un processore, cambiare una scheda video, acquistare una console per videogiochi, la trafila oramai è simile: le regole del mercato, nei settori piegati dalla crisi dei chip, sono saltate, si sono create nicchie di subfornitura, formalizzate o meno, legate o alla disponibilità di stock nel contesto di pochi rivenditori privati, a vere e proprie operazioni di “bagarinaggio” o alla fortuna del momento. All’apice della catena c’è il capitalismo politico, la corsa delle grandi potenze a competere per controllare il mercato della più strategica fascia di componenti dei moderni settori industriali e tecnologici, in mezzo la più clamorosa storia di sottovalutazione dei legami tra domanda e offerta di un bene chiave avvenuta all’epoca dell’inizio della crisi del Covid-19, in fondo il disagio di milioni di consumatori in tutto il mondo.

Il “chipageddon” ha iniziato colpendo l’elettronica di consumo, dalla PlayStation 5 ai nuovi telefoni Samsung, è proseguito colpendo le prospettive dell’industria dell’auto, messa alla prova anche dalla mancanza di gomma per pneumatici, e si è poi diffuso a macchia d’olio. Mettendo a rischio i settori legati alla transizione energetica, l’aeronautica civile, la produzione di motociclette, un’altra serie innumerevoli di settori e diventando quello che potrebbe potenzialmente trasformarsi nel più grande choc economico-industriale di matrice non finanziaria su scala globale dalla crisi petrolifera del 1973.

Roberto Rossignoli, Portfolio Manager di Moneyfarm, società italiana di gestione del risparmio, ha scritto su StartMag che “la crisi dei semiconduttori è sintomatica delle grandi sfide che la catena di approvvigionamento a livello mondiale sta affrontando. Questi colli di bottiglia sempre più frequenti possono manifestarsi come prezzi più elevati e tempi di consegna più lunghi”. Colpendo a tutto campo anche in profondità in settori a alto impatto per la nostra quotidianità.

Il celebre produttore svedese di elettrodomestici, Electrolux, primo in Europa per volume di fatturato nel settore, ha annunciato nella giornata del 21 luglio un rincaro al listino prezzi per le problematiche alla filiera sottolineate da Rossignoli, lasciando nel contesto di quella seduta un -6,40% alla Borsa di Stoccolma come conseguenza. In particolare, sono in volo i prezzi delle lavatrici che hanno il 60% della produzione concentrata tra Cina, Corea del Sud e Taiwan, Paesi che o stanno puntando ad accumulare chip per l’industria nazionale (la prima) o sono cruciali per le catene di subfornitura (Seul e Taipei), condizionando a cascata il mercato planetario. Whirpool ha prospettato problematiche simili per frigoriferi e forni microonde.

Se a inizio 2021 si pensava che la crisi dei chip si sarebbe risolta in pochi mesi, nelle scorse settimane gli analisti hanno cominciato a prospettare una sua estensione al prossimo anno, Ibm in uno dei suoi report prevede che nonostante gli investimenti previsti in nuovi impianti in Usa ed Europa la crisi proseguirà fino alla metà del 2022 e ci sono già analisti che allungano l’orizzonte al 2023. La parallela crescita dei prezzi di materie prime come l’acciaio in vari contesti industriali e produttivi rischia di aggiungere ulteriore complessità. Portando al tracollo definitivo, già anticipato all’inizio della pandemia, di un sistema di organizzazione industriale che ora con scelte politiche e strategiche governi e operatori politico-economici dovranno ristrutturare, in modo tale da considerare fondamentale, in futuro, l’accumulazione di scorte di emergenza di materiali che possono risultare strategici e fondamentali in scenari di crisi.

“La necessità di ridurre gli sprechi e di aumentare i margini ha costretto le aziende a tagliare i magazzini, con la logica del produrre “just in time”, cioè solo quando serve”, ha fatto notare Affari Italiani. Sui chip questo ha prodotto una situazione di vero e proprio caos che ha contribuito a causare danni sistemici a cascata. Il mix tra esaurimento delle scorte e rallentamenti nelle produzione nella componentistica ha paralizzato e rischia di lasciare a terra l’industria globale, con conseguenze di mercato a dir poco imprevedibili. Per cui tuttora non si capisce quale possa esser la soluzione.