La geopolitica della corsa allo spazio
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Viste le grandi somme di denaro che stanno muovendo verso lo spazio extraterrestre, si potrebbe pensare che Apple e Facebook abbiano appena trovato milioni di potenziali clienti che vivono ancora senza telefono e senza amici sul lato oscuro della luna.

Quel che è certo è che sono stati due anni rivoluzionari per i viaggi dell’uomo nello spazio. Superando ogni record, nel 2021 un paio di dozzine di cittadini privati sono volate su navicelle spaziali commerciali, con i milionari Jeff Bezos e Richard Branson a capo delle spedizioni. La Nasa invece, che ora acquista passaggi da SpaceX, prevede lo smantellamento della Stazione Spaziale Internazionale tra dieci anni, e l’affitto di sistemazioni su stazioni commerciali sta incoraggiando il settore privato ad iniziare a costruire, mentre Stati Uniti e Cina hanno già gli occhi puntati su alcuni avamposti lunari.

Per ora, in ogni caso, i viaggi dell’uomo nello spazio rappresentano sì un tassello di rilievo nel mosaico dell’economia globale spaziale, tuttavia ancora piuttosto minuscolo.

Nonostante questo, però, gli investitori si sono invaghiti dallo spazio come mai prima d’ora, e negli ultimi anni stanno sborsando miliardi in nuove imprese. Parte della motivazione è senza dubbio l’ingente quantità di denaro “che circola in questo momento intorno alle startup”, citando il New York Times. Non passa un giorno senza che una missione spaziale piuttosto che un’altra non chiuda un altro giro di finanziamenti o annunci un nuovo piano per passare al pubblico dalla scorciatoia delle Ipo, che hanno spopolato durante la pandemia.

Dei circa 40 miliardi di dollari lanciati nelle startup spaziali nel corso dei primi due decenni del ventunesimo secolo, a partire dal 2015 ne sono stati investiti due terzi, stando agli analisti del settore BryceTech

Circa 7,6 miliardi di dollari di investimenti sono affluiti in startup spaziali nel 2020, e più di 120 nuove aziende hanno ricevuto finanziamenti. Nel 2021, nove compagnie spaziali – dalla startup di lancio Astra alla Spire Global, che opera con satelliti metereologici commerciali – hanno guadagnato centinaia di milioni dalla fusione con le cosiddette aziende “blank-check” che esistono per trovare un affare promettente in cui investire.

“Il settore spaziale è dieci volte più robusto rispetto al 2015 in termini di qualità degli imprenditori, delle idee e dei clienti”, ha spiegato di recente Sunil Nagaraj, managing partner di Ubiquity Ventures. “In termini assoluti, ci sono più startup valide ad ogni livello di quante ce ne fossero cinque o sette anni fa, ma ci sono anche più startup spaziali inadeguate”.

Lo spazio è un’industria globale di circa 400 miliardi di dollari che la banca di investimento Morgan Stanley prevede raggiungerà un trilione di dollari all’anno entro il 2040. Sebbene stiamo parlando di un bel po’ di carburante per razzi, l’intera industria spaziale genera comunque meno in fatturato annuale del gigante dell’e-commerce Amazon, che ha guadagnato più di 450 miliardi di dollari dalle vendite del 2021 (motivo per cui Bezos può permettersi di mettere un miliardo tondo ogni anno nella sua compagnia spaziale Blue Origin).

Il commercio spaziale è in rampa di lancio, e l’entusiasmo per le foto alla luna ed il turismo spaziale ne spiegano in parte il perché. Ma per comprendere fino in fondo una delle tendenze spaziali più rivoluzionarie basta pensare allo smartphone, un elemento essenziale della nostra quotidianità che ha preso per la prima volta il centro della scena con l’introduzione dell’iPhone da parte di Steve Jobs nel 2007.

Spiccioli

Quarant’anni dopo che l’Apollo 11 è atterrato sulla luna con meno potenza computazionale di un iPhone di prima generazione, gli scienziati della Nasa Chris Boshuizen e Will Marshall hanno costruito un piccolo satellite da uno smartphone comprato in un negozio a meno di 300 dollari. Inserendo un Google Nexus One e delle batterie di riserva nella struttura di un satellite grande due volte un cubo di Rubik, la coppia è riuscita a far volare quello che Boshuizen ha recentemente definito “il satellite in orbita non classificato più capace del suo tempo”. “Aveva il processore più veloce. Aveva più memoria. Aveva più spazio di archiviazione. Possedeva una fotocamera da 8 megapixel, seppur con una lente molto piccola.”

Boshuizen e Marshall hanno presto lasciato la Nasa per fondare la Planet Labs, un’azienda che al momento possiede la più grande flotta di piccoli satelliti per l’osservazione terrestre. Le fotocamere e le lenti sono più grandi e più sviluppate, ma i processori e la memoria sono ancora fatti dello stesso silicio commerciale che gli sviluppatori di smartphone ordinano a vagonate

“Restando ancorati alla filiera commerciale piuttosto che a componenti qualificati per lo spazio destinati a perdurare, possiamo progredire molto, molto velocemente”, ha spiegato Boshuizen nel 2014, proprio poco dopo il lancio dei primi 28 satelliti della compagnia (la Planet ne possiede ora centinaia).

Abbracciare la filiera commerciale è stato un approccio innovativo per un’industria aerospaziale abituata a contratti governativi e imperturbabile dinnanzi ai prezzi di componenti elettronici qualificati per lo spazio, alti quasi quanto quelli delle moderne automobili dotate di componenti simili.

La Planet non ha inventato gli smallsat e non è stata la prima ad utilizzare componenti stock; il suo successo ha però aperto la strada a decine di aziende che ora utilizzano i satelliti miniaturizzati per compiere operazioni per le quali erano una volta richiesti satelliti molto più grandi e costosi.

La prima killer application degli smallsat, a parte le nuove tecnologie per le prove di volo, è stata l’osservazione terrestre. Sebbene i satelliti più grandi scattino fotografie migliori, gli smallsat come quelli della Planet, volando in gruppi più numerosi, hanno spesso il vantaggio di essere nel posto giusto al momento giusto; non saranno sempre le fotografie più dettagliate in circolazione, ma spesso sono le più recenti. Questo approccio che basa la propria forza sui numeri è altrettanto utile per aggiornamenti sulle condizioni metereologiche in tempo reale e per raccogliere i segnali di monitoraggio emessi dalle navi o dagli aerei. E mentre i satelliti ed i loro sistemi terrestri diventano sempre più smart, si evolvono anche da semplici occhi ed orecchie nel cielo a potenti piattaforme di analisi di dati (è questa la direzione verso cui si sta muovendo la Planet grazie ai fondi delle Ipo del 2021).

Se è vero che l’osservazione terrestre ha fatto passi da giganti da quando ha smesso di essere soltanto un’impresa governativa, essa rappresenta ancora soltanto il 5% del mercato spaziale globale, stando ai calcoli della parigina Euroconsult. I veri soldi stanno e sono sempre stati nel mercato delle telecomunicazioni.

Lanciando segnali

Sessant’anni dopo la trasmissione dei primi segnali TV e delle prime telefonate in tutto il globo terrestre da parte del satellite euro-americano Telstar, la telecomunicazione resta ancora il caposaldo del commercio spaziale, ed anzi quella satellitare – assieme al settore della navigazione satellitare statale – ricopre circa il 90% del mercato spaziale globale.

La maggior parte dei ricavi della comunicazione satellitare di oggi è generata dai grandi satelliti che stazionano sopra l’equatore nelle cosiddette orbite geostazionarie. Benché questi siano ideali per spostamenti su larga scala di segnali digitali da e verso i centri di distribuzione delle telecomunicazioni, e abbiano avuto lunga vita nella trasmissione diretta di servizi tv e radio, sono d’altro canto meno adatti a fornire una connessione diretta ad una sempre maggiore quantità di dispositivi connessi ad internet.La banda larga satellitare, nello specifico, è stata a lungo considerata l’ultima spiaggia del servizio internet domestico – più lenta e più costosa delle offerte terrestri. Le mega-costellazioni di satelliti comprendenti centinaia di migliaia di smallsat puntano a cambiare le carte in gioco.

SpaceX, la cui rottura del mercato globale dei lanci (da non sottovalutare) ha aiutato e spalleggiato il settore degli smallsat così come i più ampi trend di globalizzazione, dal 2019 ha costruito e lanciato più di 2.000 satelliti Starlink a banda larga, a cui seguiranno presto altre migliaia. Ma non sono i soli. La londinese OneWeb ha lanciato più della metà di quella che aveva pianificato come una costellazione di 650 satelliti a banda larga, e molte altre imprese – che vanno da Amazon ai progetti sponsorizzati dal governo cinese – sono pronte a schierarne migliaia dei propri. PwC France prevede che queste mega-costellazioni ricopriranno la fetta più grossa della capienza mondiale di satelliti entro il 2024.
Queste tendenze spiegano perché quasi il 95% dei circa 1.850 veicoli spaziali lanciati da tutto il mondo in orbita nel 2021 fossero smallsat, una categoria che include tutto ciò che è compreso tra PicoSat da un chilogrammo fino a microsatelliti da mezza tonnellata. Starlink e OneWeb, i cui satelliti si collocano a metà fra questi due estremi, ricoprono il 75% di tutti gli smallsat lanciati nel 2021.

Nel 2021 SpaceX ha oltretutto (e non troppo per caso) aperto più in generale la strada a qualsiasi tipo di lancio spaziale, stabilendo un record personale di 31 in un anno; lo stesso anno in cui i 134 lanci complessivi andati a buon fine in tutto il mondo hanno stabilito il nuovo record di sempre.

Se lo spazio commerciale sta improvvisamente lasciando una scia luminosa attraverso il cielo notturno, il conto alla rovescia per il decollo è cominciato anni fa. Sempre più satelliti verranno spediti in orbita se le barriere all’ingresso continueranno a cadere. Boshuizen, uno dei 26 uomini facoltosi e VIP andati nello spazio nel 2021, ad una recente conferenza sugli smallsat nella Silicon Valley ha dichiarato: “Più o meno chiunque qui dentro potrebbe ipotecare la propria casa e lanciare il proprio programma cubesat con i propri figli, il che è una situazione radicalmente differente rispetto a quella in cui ci trovavamo 10 anni fa”. Se poi ciò sia positivo o meno, è un altro paio di maniche.

Brian Berger è caporedattore di SpaceNews, rivista statunitense che dal 1989 si occupa di affari e politica nello spazio. Berger si è unito a SpaceNews nel 1998 come reporter principale della NASA.

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