L’industria mondiale dei semiconduttori è in continuo e dinamico sviluppo e sempre più il mercato dei chip appare il banco di prova per una nuova dialettica tra istituzioni pubbliche e private, in cui alleanze tra diversi settori produttivi della società e sinergie tra capitali finanziari, ricerca e programmazione politica emergono in continuazione. E in una fase in cui controllare i “mattoncini” che rappresentano la base delle principali produzioni tecnologiche, dai device di comunicazione agli impianti per auto e macchinari, significa possedere un ruolo decisivo nelle catene del valore globali le grandi potenze del pianeta creano una sinergia sul triplice asse degli investimenti industriali, della pianificazione governativa e della ricerca industriale.
L’asse che spinge l’innovazione
I grandi attori globali dei chip protagonisti dell’industria di frontiera in ogni parte del mondo nascono all’ombra di grandi conglomerati universitari: è il caso del campione olandese della litografia Asml, che non sarebbe l’azienda leader nei macchinari dell’industria senza la sinergia con atenei come la connazionale Università di Delft. Il padre della Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (Tsmc), Morris Chang, si è plasmato tra il Massachussetts Institute of Technology e Stanford prima di portare, dopo un lungo lavoro alla Texas Instruments, l’esperienza industriale e accademica nella sua isola natale. E dalla vivacità di ieri si passa alla programmazione strategica di oggi: gli Stati si fanno “strateghi” e attorno all’obiettivo di fondo di ampliare la presenza nei mercati dei semiconduttori creano sinergie tra pubblico e privato.
Aziende, università, governi: il trittico è questo a prescindere dai sistemi. In Cina il governo della Repubblica Popolare intende respingere il crescente decoupling americano pompando 47,5 miliardi di dollari nell’industria dei semiconduttori, passanti anche attraverso l’ampliamento dei dipartimenti di Ingegneria elettronica delle università, ritenuti fondamentali per ovviare alla carenza del sistema-Paese nel campo del design dei semiconduttori e della creazione di macchinari potenzialmente alternativi a quelli di aziende come Asml, di fatto esclusi dall’approvvigionamento delle imprese cinesi per l’onda lunga delle sanzioni americane.
Il “Progetto Manhattan” dei chip americani
Il valore dell’investimento cinese è paragonabile a quello del 2022 da 50 miliardi di dollari promosso dagli Stati Uniti con il CHIPS and Science Act di Joe Biden, uno dei più ambiziosi progetti di “ingegneria industriale” insieme al parallelo Inflation Reduction Act (Ira). Il piano da 50 miliardi è stato il “Progetto Manhattan” dei semiconduttori americani, stimolando progetti di investimento da 300 miliardi di dollari nel settore da parte di compagnie come Nvidia, Intel, la stessa Tsmc, Samsung e molti altri.
Il capitale pubblico spinge gli investimenti privati, nel nuovo paradigma dello “Stato stratega” emersa nell’epoca della sinergia tra sviluppo e sicurezza nazionale, anche nell’America. Terra del mercato che è ritenuto tanto più libero quanto più è sovrano.
E così andando alle radici del nuovo “impero dei chip” a stelle e strisce si nota la mano visibile della programmazione strategica dell’alleanza governo-università-imprese: il Financial Times ha raccontato, ad esempio, come l’Arizona State University (Asu) di Phoenix, Arizona, un ateneo indipendente e a conduzione dello Stato, è diventato il più grande polo di formazione di ingegneri d’America.
La lezione dell’Università dell’Arizona fa scuola
“Il ruolo dell’ASU nella rivitalizzazione riflette una tendenza di sviluppo economico più ampia a livello nazionale”, nota il Ft. In quest’ottica, “nella battaglia globale per i finanziamenti all’alta tecnologia, le università di ricerca vengono ora schierate in prima linea, aiutando le città statunitensi ad attrarre i maggiori investimenti di capitale con la promessa di una forza lavoro qualificata che è diventata centrale per la capacità di espansione dei gruppi tecnologici”. Su 240 miliardi di dollari di finanziamenti giunti all’industria dei chip Usa prima dell’atto di Biden del 2022, 60 sono stati attratti negli scorsi vent’anni dalla contea di Maricopa, quella di Phoenix.
Il portale americano Best Colleges spiega come il circolo virtuoso dei fondi del CHIPS and Science Act, della vitalità delle aziende e della forza dell’accademia stia creando, nell’ultimo biennio un’analoga vivacità di operazioni nel resto degli Usa. Intel ad esempio “ha collaborato con la Ohio State University per lanciare un centro di ricerca e formazione sulla fabbricazione di semiconduttori” foraggiato dai fondi di Biden. Il gigante del tech, inoltre, “con il Rose-Hulman Institute of Technology, l’Urbana-Champaign University dell’Illinois e l’Università di Stanford per istituire l’ Iniziativa di istruzione superiore nella produzione di dispositivi integrati“. Ibm e Micron, a New York, “stanno lavorando con le scuole della State University of New York per trasformare lo stato in un hub per la ricerca e la produzione di semiconduttori”.
La sfida europea
In Europa la scala del capitalismo “politico” dell’industria dei chip è per ora minore, ma la rotta è tracciata. L’esempio di Delft e Asml testimonia come la rotta sia quella della sinergia. E, del resto, in Francia e Italia un colosso binazionale come StMicroelectronics è cresciuto tra Crolles e Agrate Brianza “vegliato” da due importanti atenei come l’Università di Grenoble e il Politecnico di Milano. Il Chips Act europeo da 43 miliardi di euro non potrà non considerare anche degli spin-off accademici per aiutare il Vecchio Continente e le sue aziende a giocare un ruolo di primo piano non solo sulla manifattura ma anche sull’innovazione di frontiera e lo sviluppo di tecnologie all’avanguardie. Dopo il tramonto del liberismo, è ora degli Stati-strateghi: una tendenza che rende tanto più prospero un sistema economico quanto più sovrane sono le sue tecnologie e gli accessi alle determinanti dello sviluppo. E da cui, dopo le lezioni degli ultimi anni a partire dalla pandemia, difficilmente si tornerà indietro.