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La corsa all’Intelligenza artificiale ha visto nel novembre 2025 emergere con forza tutte le potenzialità di una compagnia tecnologica tradizionale: Alphabet, casa madre di Google, sta uscendo alla distanza come la maggior rivale con cui OpenAI, su cui si sono finora concentrate tutte le attenzioni per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale generativa, si dovrà confrontare. E c’è tutta la storia tecnologica e industriale della corsa all’Ia in questa partita.

Parlano i dati: Alphabet è per risultati la regina della borsa tra le “magnifiche sette” del S&P500, ha ormai raggiunto il valore di 300 dollari ad azione, cresce del 55% da inizio anno, e ha recentemente lanciato due prodotti innovativi che possono cambiare la partita dell’Ia. Da un lato, il chip fabbricato in casa Ironwood. Dall’altro, il modello generativo Gemini 3.

I due game-changer di Google/Alphabet

Il primo è una Tensor Processing Unit (Tpu) che collega 9.216 processori e rappresenta la prima grande sfida da parte di una compagnia hyperscaler ai sistemi computazionali per l’Ia realizzati dalla regina del mercato, Nvidia. Grande novità, non sarà utilizzata solo da Mountain View ma anche fornito a un altro operatore del settore, Anthropic, che gestisce il modello Claude. Il secondo, invece, rappresenta la più compiuta sfida a ChatGpt e a Sam Altman ad oggi presente sul mercato, perché si tratta del compimento di un processo di riconversione tecnologica di Google/Alphabet tutt’altro che indifferente.

Quando tra fine 2022 e inizio 2023 ci fu il boom dell’Ia generativa, Google sembrava essere il grande bersaglio dei meccanismi come ChatGpt. Il suo modello di ricerca online e di monetizzazione tramite piattaforme pubblicitarie e indicizzazione dei contenuti appariva un meccanismo elefantiaco destinato a tramontare di fronte alla sfida agile e pret-a-porter dei linguaggi generativi.

La manovra con cui Alphabet ha svwntato il rischio di essere messa all’angolo è stata quantomeno funambolica: ribaltare il paradigma. Il gruppo guidato dal Ceo Sundar Pichai, a capo di Google dal 2015 e di Alphabet dal 2019, ha scelto di integrare l’Ia nel modello tradizionale. Questo si è riflesso nella decisione di fare leva sulla presenza di un combinato disposto tra una base dati e di informazioni senza paragone tra gli altri operatori Ia, di sfruttare la possibilità di integrare nel modello di ricerca le tecnologie di Gemini.

Gli scenari per Alphabet

Alphabet si è trovata nella prospettiva di poter agire al tempo stesso da Big Tech tradizionale (nella logica delle piattaforme integrate fornitrici di servizi), di poter applicare nei propri ecosistemi (si pensi a YouTube) l’allenamento dell’intelligenza artificiale, di far leva sulla presenza di un retroterra di ricerca, sviluppo e industria con la capacità di rendersi indipendente da Nvidia per la fornitura di strumenti capaci di innalzare la potenza di calcolo.

A coronare il tutto, la scelta di puntare su Google da parte del re di Wall Street, Warren Buffett, che ha investito 4,3 miliardi di dollari sul gruppo di Mountain View. Raccogliendo, in definitiva, l’ennesimo successo della sua carriera. L’Ia è un ecosistema in evoluzione che si strutturerà come saldatura tra un’industria manifatturiera altamente specializzata, una galassia di servizi integrati e la necessità di economie di scala. La marcia di Alphabet può essere il risveglio del gigante che sembrava sopito, dato che Google può garantire tutte e tre partendo da una situazione di solidità che manca a OpenAI: la capacità di generare col business ricavi e profitti e di non dover proiettare nel futuro l’incertezza di guadagni presunti come fa il gruppo di Altman. E questo può essere davvero il fattore decisivo.

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