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Gli sforzi americani per disaccoppiarsi dai fornitori rivali nel settore dei chip e tagliare le linee di approvvigionamento da attori come la Cina può creare un approfondimento della dipendenza da Taiwan. E, nello specifico, dalla Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (Tsmc) che controlla buona parte della catena del valore di base dei processori e che Washington, coi sussidi del Chips Act, ha spinto a investire anche in territorio americano, per la precisione in Arizona.

Il Chips Act garantirà 6,6 miliardi di dollari di sovvenzioni e 5 miliardi di prestiti a Tsmc, coprendo oltre un sesto dell’investimento complessivo da 65 miliardi di dollari per realizzare tre impianti finalizzati alla produzione di chip da 2 e 3 nanometri, fondamentali per la componentistica più avanzata. Dal 2025 al 2028 vedranno la luce tre impianti, cuore pulsante dell’investimento complessivo da 53 miliardi di dollari pubblici e 400 privati con cui Washington vuole attrarre crescenti capacità industriali e ridisegnare le catene del valore.

Qual è il punto di caduta di questa strategia? Un crocevia complesso. Gli Usa hanno veri e propri giganti, come Nvidia, che sono fabless: progettano e non realizzano in casa i propri chip. Ci sono poi produttori specializzati come Micron. Mancano di attori capaci di fare efficacemente entrambi i processi, come i problemi di Intel insegnano. Per garantire a chi produce industrialmente come Micron di catturare punti più alti della catena del valore, le aziende dell’alta tecnologia devono delegare a attori capaci di grandi economie di scala la produzione di base. E Tsmc fa la parte del leone.

Rana Foroohar, editorialista newyorkese del Financial Times, ha scritto per la testata della City di Londra che, in sostanza, questo rende dipendenti, sotto un altro punto di vista, gli attori Usa dai giganti stranieri. Essere dipendente da un rivale è peggio che esserlo da un amico, ma se un domani le catene di approvvigionamento dovessero disarticolarsi, come successo nel caso del recente sisma di Taiwan, gli Usa si troverebbero sotto pressione. E poi un privato a caccia di sussidi non necessariamente si vincola a un singolo governo. Osserva Foroohar che Tsmc sta progettando nuove aperture negli Emirati Arabi Uniti, nonostante “a fine settembre gli Stati Uniti e gli Emirati Arabi Uniti abbiano concordato di approfondire la cooperazione in tecnologie avanzate come semiconduttori ed energia pulita, con l’obiettivo di rafforzare la capacità nell’intelligenza artificiale”. Le factory arabe potenzialmente concorrenziali a quelle americane? Non è improbabile affermarlo, in prospettiva.

Con lungimiranza, l’editorialista se lo chiede: “cosa succederà se le enormi quantità di capitale a basso costo ed energia riversate nell’industria dagli Emirati Arabi Uniti indeboliranno gli sforzi di produzione americani?”. La domanda resta aperta: “Dopotutto, è esattamente così che l’intera industria dei chip è finita in Asia in primo luogo”, chiosa Foroohar. Dalla globalizzazione è difficile sottrarsi quando le logiche per le aziende riguardano, in primis, la ricerca delle migliori condizioni di investimento anche in tempi di grave competizione geopolitica. Il mondo globale è “l’oceano da cui nessuno può ritirarsi”, diceva Xi Jinping, nemesi degli Usa sulla tecnologia, a Davos nel 2017. In prospettiva, Washington difficilmente potrà scalfire i vantaggi di costo dell’Asia sulla manifattura tecnologica. E nonostante decine di miliardi di dollari, sempre di dipendenza, anche con posti di lavoro ben retribuiti creati negli Usa da ditte come Tsmc, si continuerà a parlare.

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