Fair is fool and fool is fair: bisogna ripescare Shakespeare e Macbeth per leggere la competizione economica tra Usa e Europa emersa dopo l’approvazione dell’Inflation Reduction Act da parte dell’amministrazione Biden. La Casa Bianca predica l’unità del campo occidentale di fronte alle crisi globali, la perora nel pieno della crisi ucraina, parla di valori comuni e democrazia ma promuove un intervento economico che muove una vera e propria guerra economica sui settori strategici a quello che sarebbe il suo principale partner, l’Europa.

Sembra contraddittorio, quasi impensabile, ma è così: Biden ha firmato l’Ira ad agosto salutando la norma come l’azione più “incisiva” che il Paese avesse intrapreso per affrontare la crisi climatica. In effetti la norma prevede 370 miliardi di dollari di sussidi a tecnologie critiche e alla transizione energetica con il richiamo agli obiettivi di decarbonizzazione promossi al Cop26 di Glasgow. Ma per Bruxelles gli incentivi “discriminano le industrie automobilistiche, rinnovabili, delle batterie e ad alta intensità energetica dell’Ue”. Parola del falco rigorista Valdis Dombrovskis, che nella sua carica di vicepresidente della Commissione assomma tanto il controllo sui conti dei Paesi quanto le deleghe al commercio. Ad esempio, l’Ira prevede 7.500 dollari di sussidio per l’acquisto di veicoli elettrici comprati dai cittadini americani, purché assemblati nell’ampio spazio economico ex Nafta (Canada, Usa, Messico).

La sfida americana

Le sovvenzioni sono diventate un punto di discussione centrale in seno al Consiglio “Commercio e tecnologia” tenutosi recentemente a Washington. Lunedì 5 dicembre il commissario Dombrovskis si è a tal proposito incontrato alla riunione transatlantica Usa-Ue con il segretario di Stato americano Tony Blinken. I due hanno dichiarato che Washington e Bruxelles hanno discusso il futuro della politica industriale degli Stati Uniti sul clima, ma non hanno annunciato accordi.

La filosofia Usa è stata resa nota dal Segretario al Tesoro di Biden, l’ex governatrice della Fed Janet Yellen, che parlando al DealBook Summit ha indicato nell’Ira un atto capace di guidare una nuova fase di politica industriale e che avviso può aiutare a creare “catene di approvvigionamento adeguate” attorno alle materie prime rare necessarie alle tecnologie verdi, ovviamente controllate da Washington. “Questa è una forma di ‘friendshoring'”, ha detto l’economista più importante del team di Biden.

L’Ira va oltre qualsiasi politica di incentivo promossa dall’Unione che, ricorda il Financial Times, “sta già erogando il suo programma NextGeneration Eu da 800 miliardi di euro” (compreso il fondo complementare e gli stanziamenti per piani come Horizon Eu), che richiede a ogni Stato membro di “dedicare almeno il 37% della spesa nazionale per la ripresa agli investimenti e alle riforme legati al clima”. L’Ue sta inoltre destinando denaro a “progetti verdi nell’ambito del suo regime di aiuti regionali, oltre a sostenere iniziative in settori quali l’idrogeno e le batterie. E sta cercando di aumentare la potenza di fuoco del suo piano energetico RepowerEU, che mira a svezzare l’UE dai combustibili fossili russi e migliorare le infrastrutture energetiche”. Ma in nessun piano si prevedono sussidi diretti paragonabili a quelli Usa.

Il combinato disposto tra Ira e Chips Act, la manovra da 52 miliardi di dollari per sussidiare l’industria nazionale dei semiconduttori, può aprire un cuneo tra Usa e Europa. Il Chips Act, del resto, è funzionale all’Ira e potrebbe essere il più grande sforzo del governo degli Stati Uniti da decenni per plasmare ex novo un’industria strategica. Il New York Times ha ricordato quante risorse mobiliterà: “Circa 28 miliardi di dollari del cosiddetto CHIPS for America Fund dovrebbero andare verso sovvenzioni e prestiti per aiutare a costruire strutture per la produzione, l’assemblaggio e il confezionamento di alcuni dei chip più avanzati del mondo. Altri 10 miliardi di dollari saranno dedicati all’espansione della produzione per le generazioni precedenti di tecnologia utilizzata nelle automobili e nella tecnologia delle comunicazioni, nonché alle tecnologie speciali e ad altri fornitori del settore, mentre 11 miliardi di dollari andranno a iniziative di ricerca e sviluppo relative al settore”.

Il reshoring industriale e il capitalismo politico fondato sul ritorno massiccio del dirigismo statale anche in economie liberali come quelle Usa segnano una fase di de-globalizzazione e possono al tempo stesso mettere all’angolo l’Europa. Che non vuole farsi travolgere da quella che ritiene essere un’ondata surrettizia di protezionismo.

Come rispondere alla sfida americana

Il ministro dell’Economia tedesco Robert Habeck ha recentemente fatto capire che la prima potenza europea in campo industriale, la Germania, sostiene risposte simmetriche ed è pronta alla guerra commerciale con gli Usa. Emmanuel Macron ha promosso l’idea di un “Buy European Act” in risposta alle mosse Usa. Anche la presidente della Commissione Ursula von der Leyen si è detta favorevole a risposte alla mossa americana. L’idea che gli Usa stiano muovendo una guerra economica per promuovere la loro supremazia nelle tecnologie di frontiera e rendere l’Europa satellite emerge da più parti nel discorso pubblico comunitario. Con una mano, Washington investe nella corsa europea alle tecnologie direttamente nel Vecchio Continente: costruisce impianti come quello dei chip di Intel che avrà sede in Italia; mette le mani sul cloud sovrano europeo con Big Tech; coi suoi fondi, partecipa alla corsa della transizione energetica e alla partita di Gnl e rigassificatori. Con l’altra alza le barriere all’entrata nel suo mercato.

Il fatto che Joe Biden abbia di fatto seguito Donald Trump nei suoi disegni sui dazi e l’abbia sorpassato sul fronte della politica industriale parla chiaro. Nella giornata del 10 dicembre l’Organizzazione mondiale per il commercio (Wto) ha stabilito che l’ex presidente Donald Trump violò le regole del commercio globale nel 2018 quando invocò ragioni di sicurezza nazionale per imporre le tariffe su alluminio e acciaio, scatenando la “guerra dei dazi” in risposta ai sussidi dichiarati illegali dal Wto erogati dall’Unione Europea al consorzio Airbus. Il Wto ha respinto il ricorso americano spiegando che le tariffe non sono state introdotte “in un periodo di guerra o di altre emergenze”. Ma l’amministrazione Biden ha condannato la decisione e ribadito che non rimuoverà i dazi, ritenuti centrali per difendere il mercato interno e catene del valore centrate su Washington.

Biden ha reso chiaro che il suo friend-shoring sarà inizialmente un near-shoring che mira a sfruttare la regionalizzazione delle catene del valore plasmando attorno agli Usa un sistema vivace e competitivo con i grandi poli dell’economia globale. L’Europa in quest’ottica appare più come un satellite di secondo piano proprio perché percepita indietro in tutti i settori chiave: dalle batterie ai chip, dall’agenda comune in materia di energia a quella sull’innovazione. La dipendenza nei settori strategici come derivata prima della subalternità politica, in una fase in cui la guerra in Ucraina ha avuto la grande sconfitta nell’autonomia europea e nella capacità di immaginare un Vecchio Continente protagonista della globalizzazione: l’agenda Biden applica con spietata lucidità quanto, del resto, il presidente aveva scritto nel suo programma elettorale dirigista e interventista.

L’Europa non deve morire d’ignavia

Schiacciata tra la competizione con la Cina, la guerra energetica e psicologica della Russia e la volontà del suo maggiore alleato (sulla carta) di attrarla come satellite geoeconomico dopo averne assicurato la minorità geopolitica l’Europa può e deve reagire. E può farlo soltanto pensando in grande: dai semiconduttori alla corsa alle materie prime critiche l’Ue deve giocare da grande potenza. Investendo, programmando e modificando i paradigmi: meno rigorismo normativo alla Domborvskis e più visione di frontiera alla Thierry Breton, il super-commissario francese all’Industria tra i pochi a immaginare le politiche che stanno tenendo in partita l’Europa su batterie, microchip, innovazione, intelligenza artificiale.

In generale in Europa, ha dichiarato Alessandro Aresu a Data Manager, “è come se non si materializzasse più la volontà di fare o di poter fare qualcosa di grande, di creare istituzioni importanti, che coinvolgono soprattutto i paesi europei. L’Esa e il Cern sono nati tra gli anni Cinquanta e Settanta in risposta alle grandi tensioni della Guerra Fredda che coinvolgevano anche scienza e tecnologia. Dopo, non abbiamo poi costruito niente di davvero paragonabile. Nemmeno nella risposta alla crisi attuale”. Dai progetti europei sulla transizione a sfide come il reattore nucleare Iter e i corridoi europei sulle infrastrutture, la base esiste. Serve pensare all’industria del futuro e a ciò che determinerà i rapporti di forza di domani su scala globale. Per non morire d’ignavia di fronte alle sfide portate da rivali e, cosa più preoccupante, Paesi alleati.