Gli Usa azionisti di ChatGpt? Altman stuzzica l’ipotesi Iri a Trump

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Donald Trump, da tempo, ha preso gusto con l’idea di guidare, per via politica, il mercato americano e Sam Altman, secondo quanto riportato dal Financial Times, sarebbe pronto a stuzzicarlo offrendo a Washington la possibilità di entrare col 5% nel capitale di OpenAI, la società madre di ChatGpt protagonista della corsa all’intelligenza artificiale.

Perché OpenAI apre a Trump

Per Altman, una mossa che andrebbe nella direzione di blindare i rapporti con l’amministrazione Trump dopo che quest’ultima è andata ai ferri corti con Anthropic per le rimostranze sull’uso di Claude nelle operazioni militari e che si sommerebbe a un colpo notevole in vista della quotazione in Borsa (Ipo) con cui OpenAI mira nel 2026 a seguire SpaceX nello sbarco a Wall Street e alla definizione di un principio chiave: il connubio tra interesse pubblico e privato nella grande partita dell’intelligenza artificiale. Frontiera infinita dell’innovazione, l’IA è anche asset di potere e tecnologica-proxy delle gerarchie di potere dell’ordine globale.

Di fronte a una strategia di sicurezza nazionale, anche in campo economico e tecnologico, che ha fatto della necessità di lasciare indietro la Cina la sua Stella Polare, ecco che il matrimonio tra capitale pubblico e capitale privato torna in gioco come mezzo per saldare un nuovo paradigma. Statalismo? No, per Trump è una forma di capitalismo nazionalista dove il potere del presidente e dell’amministrazione si arroga il diritto di condizionare le forze di mercato laddove ritenga necessario porre una priorità securitaria. La novità, questa volta, è che da OpenAI la mossa sarebbe venuta in direzione opposta, anche per bypassare il vincolo delle possibili regolamentazioni sui modelli chieste da sempre maggiori parti del Partito Repubblicano e dalla sinistra del Partito Democratico.

Il neo-interventismo Usa, da Biden a Trump

Per gli Stati Uniti la nuova ventata di interventismo nel mercato segna il netto cambio di rotta strategico che già si era inaugurato con le politiche di Joe Biden, fondate su sussidi e incentivi per ingegnerizzare la ripartenza industriale in campi che spaziavano dall’energia pulita ai semiconduttori, e che il Trump 2.0 ha accelerato portando Washington a acquistare quote di società strategiche con il precedente più fragoroso rappresentato dall’ingresso col 10% nel capitale di Intel ad agosto 2025. Valutata meno di 10 miliardi di dollari, la partecipazione del governo Usa si è dilatata e ora vale circa una cinquantina di miliardi sulla scorta del volo dell’azienda per la ripresa delle domande di chip.

In sostanza, se Trump aprisse a manovre simili anche sul fronte delle major dell’IA, consoliderebbe la creazione di quello che sarebbe, di fatto, un conglomerato di partecipazioni pubbliche non ancora coordinato formalmente ma riconducibile, sotto il cappello del Tesoro Usa, a un modello moderno di quello che fu, in Italia, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (Iri), cassaforte della partecipazione dello Stato nei settori trainanti dell’economia durante la Prima Repubblica. L’Iri fungeva da connettore tra politica e industria attraverso il diaframma della partecipazione governativa all’economia e al suo indirizzo.

La tentazione della mano pubblica

Non è l’unico caso, ricorda il Ft, di richieste di convergenze pubblico-privato nel comparto Ia: “Altman e altri dirigenti di OpenAI hanno suggerito che ciascuno dei principali sviluppatori di intelligenza artificiale americani destini il 5% del proprio capitale azionario a un fondo come l’Alaska Permanent Fund, un fondo sovrano che investe la ricchezza petrolifera dello Stato in azioni e distribuisce dividendi al governo statale e ai residenti”.

E visto il peso del comparto infrastrutturale e immobiliare nello sviluppo di data center e altri sistemi legati al comparto IA, è emerso anche lo scenario che aprirebbe all’ingresso delle agenzie private sponsorizzate dal governo federale per gestire il mercato dei mutui, Fannie Mae e Freddie Mac, nel capitale delle Big Tech dell’IA o delle strutture finanziarie (Special Purpose Vehicles) create per esternalizzare e dividere costi e rischi della costruzione dei data center senza gravare sui debiti delle case madri. La rivoluzione IA è trasformativa e anche i big del settore sanno che senza la mano visibile del capitale e della garanzia pubblica la corsa per restare davanti alla Cina e prosperare sarà difficilmente vittoriosa. Il cambio di paradigma è completo e la sicurezza è vista premessa strategica della prosperità. Atlman che chiede l’ingresso del governo nel capitale fa il pari con Apple che prova preventivamente a sondare la possibilità di rivolgersi a fornitori cinesi. Tecnologia, economia, sicurezza nazionale: tutto si tiene in una dinamica che riscrive le regole del capitalismo, del mercato, dei rapporti di forza tra politica ed economia in un Occidente che ormai ha lasciato alle spalle il mito dell’autoregolamentazione delle forze produttive.

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