La dirompente ascesa di DeepSeek come potenza dell’intelligenza artificiale ha scombussolato i piani dei colossi statunitensi, a partire dai gruppi che avevano puntato pochi giorni fa sul maxi-piano Stargate patrocinato dall’amministrazione di Donald Trump per mettere sugli algoritmi, la computazione, i data center e l’hardware per la rivoluzione tecnologica fondi per 500 miliardi di dollari. Tra questi gruppi, spicca in particolare OpenAI, l’azienda di Sam Altman divenuta celebre per aver sdoganato ChatGpt, la prima forma di Ia generativa ad aver avuto uso di massa nell’ultimo biennio.
Altman ha definito su X “impressionante” il modello di Ia generativa cinese emerso con tecnologie prodotte e sviluppate nella Repubblica Popolare a un costo minore di quello offerto da OpenAI, per le versioni business, in sinergia con la potenza di calcolo di Microsoft. Ora la partita con DeepSeek, a cui si è aggiunta l’Ia generativa annunciata da Alibaba, pone di fronte al “momento Sputnik” gli Stati Uniti e i loro campioni tecnologici. Gli Usa scoprono che anni di sanzioni, controlli all’export e investimenti per ridimensionare l’ascesa cinese non hanno fermato la marcia di Pechino sull’Ia così come nel 1957, ai tempi del lancio sovietico dello Sputnik, si trovarono improvvisamente a dover fare i conti con la potenza dell’Urss nel settore spaziale.
DeepSeek, sfida totale agli Usa sull’Ia
Del resto, l’ascesa di DeepSeek mostra a tutti, con l’economicità del servizio e le performance che crescono giorno dopo giorno all’aumentare della base dati, quanto il re dell’Ia sia nudo e non si possa fare finta che il soggetto destinatario dell’estrazione di informazioni siamo noi, tutti coloro che usiamo gli algoritmi computazionali. “L”ascesa di DeepSeek deve servire da monito sulla necessità di una maggiore consapevolezza di tutti gli attori coinvolti in tema di sicurezza, in un mondo dove l’innovazione potrebbe procedere più velocemente della capacità di tutelare chi la utilizza”, ha commentato il Ceo di Epicode Ivan Ranza parlando del tema.
Per OpenAI e alleati, si rafforza la natura di prodotto di sicurezza nazionale dell’Ia, in cui però la competizione deve avvenire sul piano della tecnologia e dell’innovazione piuttosto che su strategia di deterrenza di tecnologie rivali destinate solo a far fare squadra ai rivali, come Pechino. E dunque, il boom dell’app cinese impone di pensare, rapidamente, alla scossa da dare all’Ia americana, e OpenAI in particolare, per affrontare la sfida di DeepSeek. E dunque di capire i limiti della potenza tecnologica americana.
Ottimizzare le risorse e fare squadra
La prima questione è quella dell’investimento dedicato. “Il successo di DeepSeek ha complicato l’argomentazione secondo cui ingenti somme di denaro creerebbero un vantaggio inattaccabile nell’intelligenza artificiale, una convinzione che ha aiutato i principali laboratori della Silicon Valley a raccogliere decine di miliardi di dollari nell’ultimo anno”, nota il Financial Times, aggiungendo che, per fare un esempio, da sole “Microsoft, Meta, Alphabet, Amazon e Oracle hanno stanziato 310 miliardi di dollari nel 2025 per spese in conto capitale, tra cui rientrano anche le infrastrutture di intelligenza artificiale”.
OpenAI, maggiore destinataria di molti investimenti per algoritmi e potenza di calcolo di frontiera, si trova a dover competere sulla qualità del prodotto, sull’ingegneria, sui processi. Rientra in questo campo, dunque, l’annuncio della volontà di SoftBank, il colosso finanziario di Masayoshi Son co-partecipante a Stargate, di piazzare dai 15 a 25 miliardi di dollari sul gruppo di Altmann dopo l’ascesa di DeepSeek. In Cina nel mondo del calcolo, della computazione, dell’Ia, c’è un dialogo sinergico tra istituzioni, governo, accademia, venture capital, imprese private e start-up. Washington, che ha creato il suo modello tecnologico spingendo proprio sulla forza del sistema, deve fare lo stesso e sinergie tra gruppi impegnati nei medesimi progetti potrebbero aiutare. L’obiettivo futuro sarà spendere meglio, non di più, unendo la supremazia sull’hardware americana a quella sul prodotto finito, il software e il capitale umano.
Il nodo dell’energia per l’Ia statunitense
Il secondo nodo da sciogliere è quello dell’energia e della generazione necessaria ad alimentare gli astronomici consumi dei data center e dei centri di calcolo, che perfino il Dipartimento della Difesa Usa, attento alle applicazioni militari dell’Ia, ha ritenuto una sfida critica per gli Usa negli anni a venire. Il Centre for Strategic and International Studies ha sottolineato che “le aziende di intelligenza artificiale statunitensi si stanno affannando per assicurarsi fonti di energia sostenibili a lungo termine per alimentare una crescita senza precedenti dei data center, che il Dipartimento dell’energia degli Stati Uniti stima potrebbe consumare circa il 6,7-12 percento dell’elettricità totale degli Stati Uniti entro il 2028″. Dati, probabilmente, da rivedere al rialzo per l’impatto di Stargate e della sfida cinese.
Per questa ragione, non si potranno più guardare in forma scissa la partita della tecnologia e quella della generazione energetica, cosa che, con il suo mix energetico estremamente diversificato, la Cina di Xi Jinping dimostra di aver capito da tempo. Per gli Usa e aziende abilitanti l’Ia come OpenAI sarà decisiva la volontà dei grandi attori energetici e tecnologici di scommettere su una rivoluzione nella generazione della potenza elettrica abilitante gli algoritmi per proseguire l’innovazione e guadagnare dalle sue ricadute.
Attori come Arabia Saudita e, soprattutto, Emirati Arabi Uniti appaiono decisivi come partner per Washington per i grandi piani annunciati per investire nei data center e in un rilancio del nucleare statunitense, mentre al contempo c’è da immaginare che il “Drill, baby drill!” di Trump, l’invito a tornare a rompere ogni limite all’estrazione di gas e petrolio, servirà anche ad alimentare una battaglia tecnologica senza esclusione di colpi. Proprio come fu dopo lo Sputnik.

