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Persa la battaglia all’inizio degli Anni Venti, gli Stati Uniti mirano a riscattarsi vincendo la guerra negli Anni Trenta: così si potrebbe riassumere l’ambizione con cui Washington sta rincorrendo l’idea di andare oltre la difficilmente scalfibile egemonia cinese sulle reti a 5G promuovendo anzitempo il loro diretto erede. Dal 5G al 6G: se il punto dirimente della questione è quello della definizione di nuovi standard per le telecomunicazioni e della realizzazione di tecnologie abilitanti per la rivoluzione dell’innovazione in atto e se sul 5G sono i player della Repubblica Popolare, come Huawei e Zte, ad avere una posizione centrale nel mercato globale gli Stati Uniti vogliono saltare un passo e andare oltre.

Quando nel 2019 Donald Trump in un tweet menzionò il 6G, molti commentatori e analisti presero la sua affermazione come una delle più classiche boutade del tycoon divenuto presidente. Ma in realtà negli ultimi dodici mesi l’autorità federale sulle comunicazioni (Fcc) ha approvato i progetti di player come AT&T, Verizon, Ciena e Comcast per iniziare sperimentazioni su frequenze di rete più grandi di quelle oggi dominanti sul 5G.

Ebbene, il fatto che il 6 giugno scorso Pechino abbia pubblicato il suo primo “libro bianco” sul 6G non ha fatto trovare gli Usa così impreparati come era accaduto negli scorsi anni per la corsa massiccia al 5G. Centuplicando la potenza di calcolo delle reti il 6G potrà supportare la velocità di 1 terabite (Tbps) di dati al secondo, aprendo la strada allo sdoganamento a fini commerciali e pratiche delle tecnologie di computazione quantistica oggi in via di sviluppo e le frequenze più alte permetteranno tassi di campionamento molto più veloci dei dati trasmessi.

Le reti dovranno essere progettate per sostenere flussi tanto imponenti, si dovranno costruire cloud e data center tali da evitare perdite di potenza di calcolo e immagazinamento, le applicazioni industriali e per i servizi sono in larga parte ancora oggi ben al di là dall’immaginabile. Culminata con le nuove tecnologie di intelligenza artificiale e con l’IoT le prospettive che si aprono sono notevoli. “L’impresa è talmente importante da poter essere paragonata a una corsa agli armamenti – ha detto a Bloomberg Peter Vetter, uno dei direttori del settore ricerca di Nokia – per restare competitivi è necessario avere un esercito di ricercatori dedicati solo a questo”.

Incontrandosi ad aprile Joe Biden e il premier giapponese Suga hanno strutturato la possibilità di sviluppare il 6G partendo da alcuni presupposti comuni:

  • Ricerca di sinergie sulla ricerca tecnologica e la definizione di regole e standard.
  • Valenza geopolitica delle alleanze tecnologiche.
  • Modularità e canoni comuni di sicurezza.

In sostanza si tratta di applicare al 6G quelli che sul 5G sono i principi guida della tecnologia Open Ran (O-Ran). L’opzione O-Ran apre alla possibilità di rompere i monopoli di singoli fornitori e di promuovere un’innovazione aperta in cui i vari gruppi sono liberi di scegliere i settori legati alla costruzione della rete su cui muoversi in sinergia e quelli ove, sulla traccia degli standard comuni, muoversi per conto proprio. Tale necessità, che è stata persa dai rivali della Cina nella programmazione iniziale del 5G, è stata colta anzitempo sul fronte 6G, con gli Stati Uniti e il Giappone che hanno annunciato 4,5 miliardi di dollari di investimento sul tema: gli Stati Uniti si sono impegnati a investire 2,5 miliardi di dollari, e il Giappone 2 miliardi.

Washington guarda e vigila da vicino anche i progetti dell’Unione Europea. Non a caso formalmente, come nota Les Echos, anche gli Usa sono coinvolti nel 6G europeo vista la presenza nel quadro dei progetti del Vecchio Continente di Intel. Gli Usa fanno molto affidamento sulle tecnologie di rete europee, dopo l’acquisizione di Lucent da parte di Alcatel nel 2006 e dopo il fallimento della candese Norton nel 2009. Nel quadro del 6G coniugare la costituzione di piattaforme open source che consentano agli operatori di rete di impiegare simultaneamente apparecchiature di diversi costruttori con le nuove, avveniristiche frontiere della sicurezza digitale e delle necessità che saranno da essa imposte sarà una sfida non solo tecnologica ma anche, in prospettiva, geopolitica. Le nuove rotte delle politiche di potenza passano su assi che sono in larga parte, ad oggi, virtuali ma rappresentano potenziali svolte anche nel quadro di un contesto in continuo e tumultuoso cambiamento come quello oggigiorno plasmato dal 5G.