Nonostante sforzi e impegni che spingono per un più profondo impegno del Vecchio Continente in molti settori ad alta intensità di innovazione, dall’industria dei semiconduttori a quella per la transizione green, l’Europa sta restando indietro nella corsa alla tecnologia di frontiera. Su un’ampia serie di ambiti, Cina e Stati Uniti fanno gara a sé e oggigiorno per il Vecchio Continente il rischio di perdere il treno buono è elevato.
Questa l’opinione presentata da Politico.eu in un editoriale firmato da Mark Boris , membro del consiglio di amministrazione dell’Istituto europeo di innovazione e tecnologia, Senior Fellow dell’Atlantic Council e già ministro per la Trasformazione Digitale della Slovenia, e Philip Meissner, fondatore e direttore del Centro europeo per la competitività digitale. Meissner e Andrijanič sono convinti che la scala di investimenti richiesti e la competitività necessaria a primeggiare in un’ampia gamma di campi, dalle scienze medico-farmaceutiche all’intelligenza artificiale, impongano cambiamenti nella gestione delle politiche industriali e di ricerca europee.
Il nodo delle economie di scala
Per i due competenti studiosi si parte da un problema di scala: “L’Europa deve superare la sua trasformazione digitale a due velocità. Uno dei principali vantaggi delle tecnologie digitali è che, una volta create, possono essere ampliate a un costo quasi pari a zero. In altre parole, quando in un Paese europeo esiste un’app governativa di livello mondiale, perché non dovrebbe diventare lo standard per tutte le nazioni d’Europa?”.
E questo è solo un esempio. Sono ben pochi i campioni tecnologici europei di taglia e scala globale. Tra questi, Asml, colosso olandese della litografia per i semiconduttori; Spotify, nata in Svezia; la danese Novo Nordisk, regina delle lifesciences; Sap, tedesca, autrice dell’omonimo sistema gestionale digitalizzato. Il nodo delle economie di scala e dei vincoli di mercato è indubbiamente di grande rilevanza per il Vecchio Continente.
La propensione al rischio
Ma c’è anche un altro tema: la ritrosia dei capitali di rischio privati a puntare, con forza e decisione, sulle scommesse nelle imprese ad alto potenziale. I due autori si limitano a un esempio lampante: “Secondo lo State of European Tech Report 2023, solo lo 0,02% del patrimonio totale dei fondi pensione europei – stimato a 3,4 trilioni di dollari – è stato investito in iniziative tecnologiche europee nel 2022. Ma negli Stati Uniti e nei Paesi nordici, i fondi pensione svolgono un ruolo significativo nel guidare gli investimenti tecnologici”.
L’Europa sta provando a supplire con l’European Chips Act da 43 miliardi di euro ma questo non nasconde un dato di fatto significativo: la carenza di investimenti privati in sinergia con la mano pubblica spinge le nazioni Ue a porre il freno soprattutto sul tema del capitale di rischio. Per questo motivo, ad esempio, in Ia nel decennio 2013-2023 gli Usa hanno sommato investimenti privati per 335 miliardi di dollari, la Cina 103,7, l’Europa continentale meno del totale del Regno Unito, fermo a 22,3 miliardi. Fare squadra, per Meissner e Andrijanič, è vitale per provare a tracciare una rotta per il futuro.
Il ricordo della “sfida americana”
Il futuro è, del resto, già qui, ma spesso in Europa facciamo fatica a riconoscerlo. Già negli Anni Sessanta, il giornalista francese Jean-Jacques Servan-Schreiber aveva intuito questa tendenza nel suo libro “La sfida americana”, in cui prevedeva che i Paesi europei avrebbero perso rilevanza geopolitica a causa del distacco dalla locomotiva dell’innovazione globale, gli Stati Uniti. Questi, alleati e dominatori di un’Europa sempre più satellite, hanno guidato il progresso tecnologico con internet, GPS, colossi della ricerca online, logistica, e aziende come Microsoft e Netflix. Queste imprese, sostenute da ingenti capitali pubblici e appoggi politici, hanno tracciato le rotte dell’innovazione e dei nuovi mercati digitali.
Le rotte dell’Europa
Nel corso degli anni, la competizione si è intensificata con l’ascesa di un nuovo sfidante: la Cina. Questo Paese ha introdotto i suoi “campioni nazionali” e ha avanzato rapidamente nelle nuove frontiere dell’innovazione, come il 5G, l’intelligenza artificiale e il calcolo quantistico. La Cina si è così posta come unica nazione in grado non solo di competere con gli standard tecnologici stabiliti dagli Stati Uniti, ma anche di crearne di nuovi.
In questo contesto di duello tra giganti, l’Europa si trova in una posizione intermedia. Pur disponendo delle risorse necessarie, come capitale umano e centri di ricerca, per competere sulla scena tecnologica globale, all’Europa è mancato uno stimolo politico sistematico per promuovere un progetto di autonomia strategica in campo tecnologico e per valorizzare i propri giganti digitali. Il rischio di perdere la versione moderna della partita globale ipotizzata da Servan-Schreiber, la sfida sino-americana, è concreta. Ma esistono i presupposti per invertire la rotta. Che dovranno essere presi in esame dai prossimi vertici comunitari europei.