Da mesi è in corso una disputa tra Twitter, ora noto come X, e un giudice della Corte Suprema brasiliana, che chiede la chiusura di alcuni account di estrema destra. Mercoledì al proprietario della piattaforma, Elon Musk, è stato intimato di nominare entro un giorno un rappresentante legale nel paese, oppure il social network – oltre 20 milioni di iscritti in Brasile – sarà sospeso. La reazione di Musk è stata tipica del miliardario: un post dove ha photoshoppato l’aspetto del giudice brasiliano e lo ha paragonato a un ipotetico figlio tra Voldemort e un Signore dei Sith.
La disputa ha inizio in aprile, quando il giudice, Alexandre de Moraes, ha deciso di bannare e indagare per diffusione di disinformazione e incitamento alla violenza diversi account legati ai sostenitori dell’ex presidente di estrema destra del Brasile, Jair Bolsonaro. Musk ha definito questa decisione come “censura aggressiva” e ha preteso che de Moraes si “dimetta o venga messo sotto accusa”. In risposta, de Moraes ha avviato un’indagine su Musk per potenziale ostruzione della giustizia.
Non è il solo conflitto di questo tipo che coinvolge Musk. In Australia, il miliardario fondatore di Tesla è in conflitto con il Commissario per la Sicurezza Online, Julie Inman Grant, che aveva chiesto di rimuovere in tutto il mondo dei video che mostrano un violento accoltellamento avvenuto durante una messa in una chiesa di Sydney. Mentre altre piattaforme internazionali hanno rispettato l’ordine, X ha bloccato i contenuti solo in Australia, portando a uno scontro legale. Secondo Musk, permettere a una istituzione giudiziaria di dettare la rimozione globale di particolari contenuti costituirebbe un pericoloso precedente.
Se l’estrema destra brasiliana intanto lo celebra come un eroe e l’ex presidente Bolsonaro lo ha definito come “l’uomo che preserva la vera libertà per tutti noi”, la destra statunitense, da tempo alleata politica di Musk, che condivide con l’imprenditore numerose battaglie ideologiche, ha accusato l’attuale governo di sinistra brasiliano di aver messo su una macchina dell’Inquisizione digitale.
Per la società brasiliana le ultime elezioni sono una ferita aperta: le false accuse di frode circolate online in quell’occasione culminarono, l’8 gennaio 2022, in un tentativo da parte dei sostenitori di Bolsonaro di provocare un colpo di stato. Una versione ancora più massiccia e inquietante dell’insurrezione del 6 gennaio dell’anno precedente, a Capitol Hill, instigata dalla galassia trumpiana.
Nel contesto brasiliano, dunque, Musk viene visto come variante di estrema destra di ciò che il governo degli Stati Uniti talvolta chiama “influenza straniera maligna” quando parla di Russia o Cina.
Musk una volta ha twittato: “Per ‘libertà di espressione’ intendo semplicemente quella che corrisponde alla legge. Sono contrario alla censura che va ben oltre la legge. Se le persone vogliono meno libertà di espressione, chiederanno al governo di emanare leggi a tal fine. Pertanto, andare oltre la legge è contrario alla volontà del popolo.” A volte Musk si attiene a questo principio, accontentando le richieste dei governi autoritari come quello turco, dove si stima che il 90 percento dei media nazionali sia controllato dallo stato e la polizia abbia l’abitudine di aggredire i giornalisti. Allo stesso modo Musk ha ceduto alla pressione del governo dell’India. Si tratta di richieste rese legali dai parlamenti nazionali di quei paesi.
Nel caso brasiliano, invece, la riverenza di Musk per le leggi di uno stato passa in secondo piano rispetto alla agenda politica, e alla volontà di diventare un punto di riferimento ideologico per la destra globale. In reazione al woke, cioè alla sinistra pedagogica: un calderone nel quale lui mette tante cose diverse, dai socialisti sudamericani ai pacifisti pro-Gaza, passando per gli accademici preoccupati del linguaggio inclusivo e i trans activist.
Se negli Stati Uniti Musk rappresenta un problema principalmente politico, di imprenditore che vuole palesarsi come editore, in Brasile, il dibattito riguarda la nozione di sovranità dello stato. Il procuratore generale del Brasile, Jorge Messias, ha praticamente affermato questo in un post sulla piattaforma, scrivendo che “Non possiamo vivere in una società in cui miliardari domiciliati all’estero hanno il controllo dei social network e si mettono in una posizione di violare lo stato di diritto, non rispettando le ordinanze del tribunale e minacciando le nostre autorità”. Dal punto di vista di molti brasiliani, Musk è un magnate straniero ribelle, che fa pesare la sua enorme ricchezza (stimata in oltre 250 miliardi di dollari) per destabilizzare la giovane e fragile democrazia del Brasile.
Questa prospettiva ci deve far vedere i parallelismi con i tentativi del Congresso statunitense di costringere la società cinese ByteDance a disinvestire da TikTok—o per vietarlo, se nessun acquirente si presenta o se Pechino blocca qualsiasi vendita. Gli elementi di contatto tra le due storie: una piattaforma di proprietà straniera; accuse di moderazione dei contenuti motivata politicamente; la possibilità di un divieto; preoccupazioni per la libertà di espressione.
La principale differenza è che le accuse contro TikTok—almeno quelle comprovate da prove pubbliche—sono molto sottili, e hanno a che fare principalmente con la paura della politica mainstream di perdere il controllo della narrazione su alcuni temi legati alla ragione di stato (come la politica estera). Le accuse contro Musk e le milizie online sono molto più circostanziate. Un divieto brasiliano su X sarebbe, insomma più fondato di un divieto statunitense di TikTok. Musk è forse una minaccia più immediata per la democrazia brasiliana rispetto al Cremlino o al Partito Comunista Cinese.
Se non altro, un merito di Musk è quello di aver fatto cadere definitivamente il velo dell’ipocrisia sui social. Le piattaforme, lungi da essere infrastrutture neutrali, sono delle società private che possono essere utilizzate dai proprietari per fare politica e ottenere influenza. La vicenda brasiliana di Musk, o negli stessi giorni le rivelazioni di Mark Zuckerberg sulle pressioni subite dalla Casa Bianca per censurare alcuni account durante la pandemia, lo ha solo reso esplicito in modo eclatante. I social network non sono diversi dai media tradizionali. La neutralità apparente lascia il passo alle idee, le ossessioni e le debolezze degli editori. Forse è meglio arrendersi all’evidenza e alla necessità per ogni stato di regolamentare le piattaforme.

