Tokyo pensa, Pechino agisce: tra Cina e Giappone è partita la sfida della sicurezza economica a tutto campo. E Pechino ha colpito duramente il Paese del Sol Levante: è bastato che il Financial Times citasse l’ipotesi che il governo di Sanae Takaichi stia pensando a una struttura simile al Committee for the Foreign Investments in the United States (Cfius) americano per monitorare gli investimenti esteri in settori strategici, una mossa chiaramente ideata con fini anticinesi, per veder scattare le misure ritorsive della Repubblica Popolare.

Pechino ha comunicato nella giornata di martedì 24 febbraio di aver inserito 40 aziende giapponesi in due liste: la prima per formalizzare controlli all’export verso entità coinvolte nella cosiddetta “rimilitarizzazione” di Tokyo, la seconda per mettere 20 aziende in osservazione. Tra le prime aziende che non potranno importare componenti a uso duale, militare e civile, da Pechino, ci sono come ricorda Npr diverse compagnie legate a Mitsubishi Heavy Industries, partner di Leonardo e Bae per il Global Combat Air Program (Gcap) per un caccia di sesta generazione, assieme a sussidiarie di Kawasaki e Fujitsu. Nella seconda lista, c’è la Subaru e anche l’Istituto per le Scienze di Tokyo.

Sanzioni “all’americana”, che mostrano come Pechino prenda sul serio la volontà di Takaichi di riprendere il percorso di riarmo e sottolineare l’impegno di Tokyo per difendere Taiwan in caso di invasione cinese. La premier ,fresca di rielezione trionfale alla guida del Partito Liberaldemocratico, inoltre, ha in mente il progetto di una nuova agenzia per la sicurezza economica e tecnologica nazionale per prevenire ingerenze straniere, un “Cfius nipponico” che mostri il ritorno energico del Sol Levante nella competizione geostrategica. Il Ft ricorda che ultimamente diverse operazioni strategiche sul mercato nipponico hanno avuto esiti contrastanti nonostante il vento di contrapposizione anticinese:

L’acquisizione ostile da 465 milioni di dollari della rivale giapponese Shibaura Electronics da parte del produttore taiwanese di componenti Yageo è stata autorizzata lo scorso anno, nonostante i dubbi iniziali sui legami dell’acquirente con la Cina. Nel frattempo, Seven & i Holdings, la più grande catena di minimarket del Giappone, ha cercato di respingere l’offerta da 46 miliardi di dollari, poi fallita, della canadese Alimentation Couche-Tard (che sarebbe stata la più grande acquisizione estera del Paese), in parte sostenendo che la sua rete faceva parte degli sforzi nazionali di risposta alle catastrofi.

Takaichi intende rompere ogni ambiguità. Il Giappone vuole tornare a competere, a giocare un ruolo dominante nell’innovazione di frontiera, nella Difesa, nell’intelligenza artificiale, nelle tecnologie critiche, nell’architettura di sicurezza del campo occidentale, a prendere posizione nel mondo. Intende farlo con le strutture mature per un’epoca di competizione a tutto campo. Ma l’asimmetria tra i tempi di pensiero di Tokyo e quelli di azione di Pechino mostrano che un grande gap è da colmare. Il Giappone vuole, in particolare, de-sinizzare la sua catena di approvvigionamento delle materie prime critiche e l’avvio di una missione per verificare la sfruttabilità di un giacimento da 16 milioni di tonnellate di terre rare mostra gli impegni in tal senso. La prospettiva di infiltrazioni cinesi nelle grandi aziende tecnologiche giapponesi anima la scelta di Takaichi sulla sicurezza economica, ma è chiaro come Pechino non sia disposta ad attendere a guardare. I fatti degli ultimi giorni lo dimostrano.

Pechino e Tokyo, peraltro, competono attivamente sul nodo della sicurezza economica in una fase in cui, paradossalmente, le loro relazioni economiche non sono mai state così consistenti. Nel 2025 la seconda e la terza economia del pianeta hanno avuto un interscambio bilaterale di 322 miliardi di dollari e Pechino è il primo partner di Tokyo dal 2005. A gennaio è stato un aumento del 32% dell’export verso la Cina a rendere positivo del 17% il saldo anno su anno delle vendite all’estero del mercato nipponico. Un trend macroeconomico che si scontra con le logiche di potenza. Sicurezza e prosperità non sono spesso mutualmente coincidenti: Cina e Giappone hanno deciso per l’escalation nei rapporti nei settori strategici. E questo è un dato paradossale rispetto a statistiche che raccontano un’altra realtà a livello generale di mercato.

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