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Il boom degli investimenti globali in intelligenza artificiale, la rivoluzione dell’interconnessione tra dispositivi e le nuove forme di connessione nelle telecomunicazioni stanno contribuendo a un boom del mercato globale dei chip che in questo 2024 sfida ogni vento di crisi dell’economia.

Il volo del mercato globale dei chip e la rivalità sino-americana

La Semiconductors Industry Association (Sia), l’organizzazione che riunisce i maggiori produttori di microelettronica statunitensi, ha dato numeri eloquenti per il 2024 e per l’ultimo trimestre, quello concluso a settembre, in particolare: “le vendite globali di semiconduttori sono state pari a 166 miliardi di dollari per il terzo trimestre del 2024, con un aumento del 23,2% rispetto al terzo trimestre del 2023 e del 10,7% in più rispetto al secondo trimestre del 2024“, ha notato la Sia ricordando che, secondo le statistiche elaborate dall’organizzazione World Semiconductor Trade Statistics (Wsts).

Tra luglio e settembre sono emersi casi di sorpasso del volume del mercato statunitense, dove predominano gli investimenti per l’Ia, su quello cinese, per volume di vendite. Con oltre 15 miliardi cadauno, sommate le due prime economie del pianeta sommano oltre il 50% delle vendite di chip. E la loro relazione sul settore continua a emergere in un quadro di rivalità e mutua interdipendenza. Washington sa che parte della manifattura di chip avanzati non passa solo per i Paesi amici, come Taiwan e Corea del Sud, ma anche per la Cina; spinge per aumentare i controlli all’export di macchinari strategici per la produzione e ha fatto pressione in passato sull’Olanda per non fornire più le “super-stampanti” di Asml alla Cina; col Chips Act ha plasmato una nuova politica industriale sul fronte interno.

Pechino sa che il design dei chip più avanzati di cui ha bisogno è made in Usa, può sfruttare la sua posizione nelle catene del valore per condizionare il mercato ma deve indubbiamente inseguire sul fronte dell’intelligenza artificiale e, mentre ha un ruolo nell’assemblaggio dei chip di base deve rivolgersi agli Usa per prodotti più elaborati. A tal proposito, la vicenda dei chip è arrivata al centro del comitato speciale della Camera dei Rappresentanti sul Partito Comunista Cinese, che ha chiesto conto ai produttori di microelettronica Usa di rendicontare i loro rapporti con Pechino.

Lo scrutinio di sicurezza nazionale sui chip

Ad oggi la volontà di contenere la Cina su questo fronte è dominante sia nel Partito Democratico che in quello Repubblicano: l’amministrazione Biden ha adottato l’approccio “cortile stretto, recinzione alta” per contenere il trasferimento tecnologico a Pechino espandendo ai chip quelle strategie anti-cinesi già avviate da Barak Obama e Donald Trump sulla tecnologia. Si prevede che il Trump 2.0 entrante non cambi rotta. “Nel 2022 e nel 2023, il Bureau of Industry and Security (BIS) ha introdotto una serie di controlli sulle esportazioni di semiconduttori avanzati”, ha ricordato in un report la Fondation for Defense of Democracies (Fdd).

Il Bis, apparato controllato dal Dipartimento del Commercio che unisce supervisione economico-commerciale, scrutinio tecnologico e analisi degli impatti della politica economica sulla sicurezza nazionale, “ha istituito un regime di licenze e notifiche per le aziende americane che cercano di vendere apparecchiature avanzate per la produzione di chip”, ricorda la Fdd.

L’Europa è indietro

Ora il contrasto continua in un contesto in cui Usa e Cina sono tanto rivali quanto vicendevolmente integrate. Il settore dei chip è dunque il simbolo economico, “l’industria delle industrie”, di quest’epoca di globalizzazione al tempo stesso competitiva, frammentata e in via di sfarinamento ma, al contempo, non priva di profondi vincoli di interdipendenza tra potenze rivali. Registriamo in quest’ottica, come l’Europa sia molto lontana dall’ambizione siglata nell’Eu Chips Act del 2023 di arrivare entro il 2030 a produrre il 20% dei semiconduttori europei.

I rallentamenti produttivi della Germania, la ridotta quota di investimenti e le dimensioni ridotte del mercato comunitario dell’innovazione di frontiera sono oggettivi freni. Il calo, in un anno, dei volumi di vendita del mercato comunitario dei chip, pari all’8%, registrato dalla Sia appare una conferma al vento gelido che lo stop agli investimenti di Wolfspeed e Intel in Germania faceva sentire. Non è un continente per chip, l’Europa. E questo, in una fase che vede i semiconduttori sempre più decisivi e influenti per prosperità economica, commercio e geopolitica, è un’ulteriore dimostrazione della minorità del Vecchio Continente.

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