La Germania di Olaf Scholz non ha fatto in tempo a festeggiare l’avanzata sul suo territorio degli investimenti del gigante taiwanese dei chip Tsmc, che a Dresda costruirà il suo primo impianto produttivo in Europa, che un altro investimento, quello di Intel a Magdeburgo, è stato improvvisamente messo in discussione.
L’impianto di Intel avrebbe dovuto contribuire a creare la “Chip Valley” tedesca nell’Est del Paese e a consolidare la cooperazione tecnologica tra Berlino e gli Usa. In programma c’è (c’era?) un investimento da 33 miliardi di euro a cui il Governo Scholz ha intenzione di collaborare con il più grande sussidio industriale della storia tedesca, pari a 10 miliardi di euro nel quadro del Chips Act europeo. Ma ora Intel ha annunciato un cambio di strategia industriale che rischia di impattare sulla fattibilità del progetto.
La crisi di Intel
Il colosso americano della microelettronica, fino a un decennio fa egemone nel mercato mondiale dei processori, vive una fase di acuta crisi. Certo, Intel ha di recente presentato conti che mostrano la fine dello schianto dei ricavi in corso da oltre due anni: al 30 giugno 2022, i conti avevano presentato un calo del 20% delle entrate, a 63 miliardi di dollari; un anno dopo, un altro -14% aveva portato il totale a 54,2 miliardi. I conti del 30 giugno 2024 hanno registrato un leggero rimbalzo, a 55,1 miliardi di dollari. Un +2% di crescita, peraltro inferiore alle prospettive inflazionistiche negli Stati Uniti, che la società di Santa Clara deve confrontare con il boom del principale rivale, Nvidia, che registra guadagni in tripla cifra a ogni trimestre.
Dal 2021 a oggi, inoltre, l’azienda ha perso quasi interamente la capacità di generare profitti: i conti al 30 giugno 2021 presentavano un utile di 19,9 miliardi di dollari per Intel, gli ultimi aggiornati a giugno un profitto di soli 975 milioni. Un calo del 95% che nell’ultimo trimestre considerato, quello aprile-giugno 2024, ha interiorizzato una perdita di 1,61 miliardi. Il titolo è ai minimi dal 2013, segna -55% da inizio anno.
Un modello in difficoltà
Il motivo è che Intel si è eccessivamente appesantita per la strategia del Ceo Pat Gelsinger, che ha pensato di ridurre l’atavica dipendenza del gruppo americano dalla subfornitura taiwanese rendendo Intel al tempo stesso progettista di chip avanzati e gruppo capace di fare da produttore conto terzi, come Tsmc. Da qui sono emerse le criticità.
“Intel è uno dei pochissimi chipmaker che si occupa sia della progettazione sia della fabbricazione materiale dei chip. La maggior parte delle concorrenti, come Apple, Qualcomm, AMD e NVIDIA, sono come si suol dire “fabless”: progettano solo, e fanno produrre ad altri. Tra le grandissime, Samsung è l’unica ad adottare la stessa filosofia di Intel”, nota HdBlog. Tsmc invece si concentra soltanto sulla produzione con economie di scala vincenti che la rendono difficilmente sfidabile.
In quest’ottica, Intel si sta rivolgendo alle grandi banche d’affari Usa, Morgan Stanley e Goldman Sachs in testa, per procedere alla ristrutturazione finanziaria. Allo studio ci sono, ad oggi, due ipotesi: da un lato, ridurre il numero di fabbriche (foundries) per la realizzazione di chip sotto il controllo del gruppo. Dall’altro, frenare sugli investimenti in conto capitale. E questo potrebbe frenare proprio la corsa al nuovo polo in Germania.
La rivista tedesca Handelsblatt ha citato fonti del Governo Scholz e dell’azienda circa un possibile raffreddamento dell’investimento di Magdeburgo nel quadro di un piano che potrebbe portare Intel a puntare a un risparmio di 10 miliardi di euro. A tal proposito, Handelsblatt segnala che “nei giorni scorsi le agenzie di stampa Reuters e Bloomberg hanno citato fonti dell’ambiente aziendale, secondo cui nella riunione del comitato in questione Gelsinger potrebbe presentare proposte di risparmio anche al consiglio di sorveglianza di Intel per quanto riguarda Magdeburgo”.
L’analisi ricorda come i dirigenti di Intel dovranno soppesare vari fattori: da un lato, Intel rischia di subire anche in Germania la concorrenza di Tsmc, che ha scelto Dresda, ove esistono un polo universitario e aziende già attive nella produzione di chip, per il suo investimento, penetrando in un’area più appetibile di Magdeburgo. Al contempo, però, Magdeburgo aprirebbe a Intel la possibilità di connettersi direttamente con i partner industriali, a partire da fornitori strategici come Asml e Zeiss, con un discreto processo di ottimizzazione dei costi.
I timori di Scholz
Scholz e il vicecancelliere e ministro dell’Economia Robert Habeck, che ha seguito il dossier, temono che l’addio di Intel possa concretizzarsi nelle prossime settimane e che un dietrofront possa lasciare la Germania esposta a una nuova vulnerabilità industriale e strategica.
Sul primo fronte, consolidando un trend che vede nelle ultime settimane un affanno dell’auto, una crisi dell’export di Berlino e un fiato corto della locomotiva d’Europa che inizia a temere scenari recessivi. Sul secondo, perché vedendo franare la possibilità di una crescente cooperazione col colosso americano la Germania si ritroverebbe con una strategia dimezzata nel processo di disaccoppiamento economico dalla Cina e da altri Paesi potenzialmente rivali in campo tecnologico. Esposta a rappresaglie commerciali ma priva, al contempo, della capacità industriale di farvi pienamente fronte qualora l’oggetto del contendere fosse la filiera strategica e vitale dei semiconduttori.

