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Gli Stati Uniti e l’Iran sono coinvolti, dal 1979, in un conflitto non formalmente dichiarato ma concretamente in atto. Questa contrapposizione ha avuto manifestazioni anche militari: la più antica è l’operazione Eagle Claw, lanciata il 24 aprile 1980, un tentativo fallito delle forze speciali statunitensi di liberare 52 ostaggi americani detenuti presso l’ambasciata di Teheran durante la crisi degli ostaggi. La più recente è l’attacco del 3 gennaio 2020, quando un drone statunitense ha ucciso il generale Qassem Soleimani, comandante della Forza Quds iraniana, all’aeroporto internazionale di Baghdad, su ordine dell’allora presidente Donald Trump.

Per la maggior parte, tuttavia, il conflitto tra Stati Uniti e Iran si è svolto in forme coperte: spionaggio, propaganda, guerra psicologica, sabotaggi e, soprattutto, una lunga guerra economica, espletata attraverso le sanzioni americane, introdotte fin dalla crisi degli ostaggi del 1979.

Una trattativa che porti Stati Uniti e Iran a un accordo, con il programma nucleare come punto di partenza, ma che potrebbe avere come esito un miglioramento sostanziale delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi, è di fondamentale importanza.

L’Iran è infatti un paese strategico dell’Asia occidentale, situato nel crocevia decisivo dello Stretto di Hormuz, nel Golfo Persico, che collega Mediterraneo, Asia e Africa. Si tratta inoltre di una delle principali rotte di transito delle petroliere che trasportano gli idrocarburi estratti dai giacimenti della regione.

L’Iran è anche un paese significativamente più rilevante, sia a livello demografico sia economico, rispetto agli altri della regione. Insieme alla Turchia, è tra i paesi con la popolazione più numerosa e con, potenzialmente, il mercato interno più interessante per gli investimenti stranieri, con un volume d’affari tra i più alti.

Un accordo tra Stati Uniti e Iran porterebbe, da una parte, a una tregua e poi a un miglioramento delle relazioni tra due paesi che si trovano in una situazione di conflitto teso da decenni. Dall’altra parte, avrebbe un impatto positivo sull’economia iraniana, con ricadute benefiche su tutti i paesi circostanti.

Questo è stato anche sottolineato dal ministro degli Esteri saudita, Faisal bin Farhan, il 14 maggio 2025, esprimendo pieno sostegno ai colloqui sul nucleare tra Stati Uniti e Iran e auspicando risultati positivi, evidenziando l’interesse dell’Arabia Saudita per la stabilità regionale e gli sforzi diplomatici collaborativi riguardanti il programma nucleare iraniano.

Dunque, il motivo per cui è fondamentale parlare di questo argomento è ora chiaro. Vediamo quindi come si è arrivati a questo punto, quali sono gli scenari possibili, quante sono le probabilità che l’accordo vada in porto — e in prospettiva, soprattutto, chi sono coloro che vorrebbero vederlo sabotato.

Una breve storia del programma nucleare iraniano

Il programma nucleare iraniano ha origini relativamente recenti. Nel secondo dopoguerra, gli Stati Uniti avviarono il programma di collaborazione internazionale “Atoms for Peace”, che prevedeva la condivisione di tecnologie nucleari a scopo civile con paesi alleati. Uno di questi paesi era l’Iran, allora governato dallo Shah Mohammad Reza Pahlavi, stretto alleato degli Stati Uniti. Nel 1957, Iran e Stati Uniti firmarono un accordo di cooperazione nucleare, e nel 1967 fu installato a Teheran un reattore di ricerca da 5 megawatt fornito dagli Stati Uniti. Queste iniziative posero le fondamenta del programma nucleare iraniano durante l’epoca della monarchia Pahlavi.

Dopo la rivoluzione islamica del 1979 e la caduta dello Shah, il programma nucleare subì un rallentamento. Tuttavia, la Repubblica Islamica riprese gli sforzi per sviluppare il programma, cercando assistenza da paesi stranieri. In particolare, la Russia giocò un ruolo significativo nella costruzione della centrale nucleare di Bushehr, iniziata negli anni ’90 e completata nel 2011. Anche la Germania e la Francia furono coinvolte in precedenti fasi del programma, ma i loro contributi furono interrotti dopo la rivoluzione del 1979.

La natura rivoluzionaria del nuovo governo iraniano e le tensioni internazionali portarono a sospetti sulla finalità del programma nucleare. Negli anni ’80 e ’90, Israele intraprese azioni preventive contro i programmi nucleari di paesi arabi, come l’Iraq, e monitorò attentamente le attività iraniane.

Dagli Anni Ottanta a Trump

Nonostante l’Iran abbia sempre sostenuto che il suo programma nucleare fosse destinato a scopi civili, la comunità internazionale espresse preoccupazioni riguardo a una possibile dimensione militare.

Le autorità religiose iraniane, inclusi gli Ayatollah Khomeini e Khamenei, emisero fatwa contro lo sviluppo di armi nucleari. Inoltre, rapporti dell’intelligence statunitense hanno indicato che, sebbene l’Iran abbia le capacità tecniche per sviluppare armi nucleari, non ha preso la decisione politica di farlo. Ad esempio, un rapporto del 2023 dell’Ufficio del Direttore dell’Intelligence Nazionale degli Stati Uniti affermava che l’Iran non stava attivamente costruendo armi nucleari, sebbene il suo stock di uranio arricchito stesse crescendo.

Tuttavia, sia l’opposizione iraniana in esilio, rappresentata in questo caso dall’organizzazione Mujahedin del Popolo dell’Iran (MEK), sia il Mossad e il governo israeliano hanno spesso denunciato l’esistenza di un programma nucleare militare segreto dell’Iran. Questa questione emerse in modo significativo nei primi anni 2000, quando, grazie al contributo delle reti di spionaggio israeliane in Iran e a informatori del MEK, furono rivelate l’esistenza di installazioni nucleari segrete a Natanz e Arak. Queste rivelazioni portarono a un’intensificazione delle ispezioni internazionali e a un periodo di serrate trattative tra l’Iran e la comunità internazionale.

Queste trattative culminarono nel 2015 con l’accordo JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action), che prevedeva la limitazione del programma nucleare iraniano in cambio della revoca di alcune sanzioni. Tuttavia, nel 2018, l’allora presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si ritirò unilateralmente dall’accordo e introdusse nuove le sanzioni nell’ambito della strategia di “massima pressione”. Questa strategia mirava a esercitare una pressione economica e diplomatica significativa sull’Iran per costringerlo a negoziare un nuovo accordo più restrittivo.

Il ritiro degli Stati Uniti dal JCPOA e il ritorno delle sanzioni portarono a un deterioramento delle relazioni tra Iran e Stati Uniti e a un aumento delle tensioni nella regione. Un esempio di questo surriscaldamento fu l’uccisione del generale Qassem Soleimani da parte di un drone statunitense nel gennaio 2020.

Oggi, con Trump nuovamente alla Casa Bianca, si registra un cambiamento di rotta significativo: mentre la fazione israeliana e l’opposizione iraniana all’estero continuano a spingere contro un accordo tra Iran e Stati Uniti, sembra che l’attuale amministrazione americana sia invece più incline a raggiungere un’intesa. Questa apertura appare sostenuta anche dai buoni auspici delle monarchie del Golfo, in particolare dell’Arabia Saudita. Come già accennato, al momento sono in corso trattative tra Iran e Stati Uniti che si rinnovano con cadenza quasi settimanale, uno di questi incontri si è svolto a Roma, coordinate e mediate dalla diplomazia omanita. L’Oman, infatti, è da sempre un attore chiave nella gestione discreta dei rapporti tra Teheran e Washington, che — vale la pena ricordarlo — non intrattengono relazioni diplomatiche ufficiali dal 1979. Questo processo di dialogo sembra avviare le due parti su un sentiero di possibile intesa sul dossier nucleare. Tuttavia, permangono ancora numerosi ostacoli, oltre a forze attive che cercano apertamente di impedire la realizzazione di un accordo. Il loro peso sarà oggetto della seconda parte della trattazione.

1 – continua

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