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Il mondo attuale è segnato da un profondo processo di revisione dei canoni della globalizzazione neoliberista, dalla messa in discussione dei canoni dell’indipendenza dei mercati, delle banche centrali, delle multinazionali dal contesto politico statuale, ma anche da un’incentivazione del versante più ramificato dell’espansione del mercato globale, l’apparato delle multinazionali tecnologiche, in primis di stampo statunitense.

La pervasività economica e strategica di attori come Amazon, l’unilateralità dei social netowrk nella gestione di informazioni e comunicazioni, la valenza fondamentale del cloud e degli apparati cyber nei contesti economici e di sicurezza nazionale contemporanea hanno messo nelle mani di un oligopolio di poche aziende la capacità di gestire dati, informazioni e progetti in larga quantità. Nel contesto statunitense la recente crescita di pulsioni volte a incentivare la regolamentazione del big tech segnala l’esistenza di una tensione profonda tra una spinta sistemica degli apparati federali a irreggimentare nel tessuto di sicurezza nazionale e a cooptare le multinazionali del digitale e la presa di consapevolezza che in diversi ambiti la loro forza è divenuta tale da prescindere dalla presenza di potere istituzionali.

In sostanza, la fase attuale e il Covid-19 hanno smentito l’assunto propugnato da due paradigmi parimenti opposti legati all’analisi dei settori più innovativi dell’economia. Da un lato, il mantra neoliberista che negava l’esistenza di aziende strategiche o il peso della politica nell’economia, discettando sul fatto che per l’economia fosse tutta una questione di aspettative utilitaristiche razionali e di ritiro degli Stati dai settori presidiati; dall’altro, quello del mero controllo pubblico di quote o di porzioni delle aziende più importanti come garanzia di un effettivo primato della politica.

Si è piuttosto affermato, anche (se non soprattutto) nel quadro della sfida geopolitica Cina-Usa, il paradigma del capitalismo politico, studiato da autori quali l’economista Branko Milanovic e l’italiano Alessandro Aresu. La dottrina del capitalismo politico segnala la presenza di profondi condizionamenti legati alle ragioni della sicurezza nazionale sull’attività delle aziende più strategiche. Chiaramente, negli Stati Uniti il commercio e la tecnologia vengono usati per obiettivi geopolitici, come arma di pressione verso avversari e, soprattutto, alleati, gli investimenti esteri nel Paese subiscono lo scrutinio dal governo attraverso il Cfius, il Comitato sugli investimenti stranieri negli Usa, una delle più dinamiche creature abissali dello Stato profondo Usa.

Al contempo, però, Aresu nel suo saggio Le potenze del capitalismo politico non manca di sottolineare che esiste una vera e propria “isteria” della sicurezza nazionale e della politicizzazione nei confronti delle aziende dei settori dell’alta tecnologia e dell’innovazione. Mondi in cui lo scontro tra ragioni di sicurezza nazionale e logiche di mercato è spesso risolta partendo dall’analisi delle bandiere dei Paesi di origine delle compagnie che operano le scelte maggiormente scrutinate. Ragione per cui negli ultimi anni Cina e Stati Uniti hanno depotenziato la loro presenza nei rispettivi mercati. Queste scelte possono però, del resto, segnalare un’incertezza nella politica verso un supposto strapotere di multinazionali e gruppi che tendono spesso a porsi come forze terze e autonome rispetto agli esecutivi.

Negli Usa, ad esempio, la privatizzazione sistemica dei servizi, la debolezza dell’apparato pubblico e le incertezze delle burocrazie strategiche sulle riforme interne hanno amplificato la presenza del big tech nella vita quotidiana della nazione. Amazon, Facebook,, Google e aziende simili sono e restano inequivocabilmente americane, proiezione del potere di Washington; ma la loro condotta in termini di gestione dei diritti e della privacy degli utenti, delle opinioni di milioni di utenti, dei dati raccolti nel corso degli anni e gli scandalosi favori fiscali ricevuti hanno portato a una vera e propria rivolta sociale contro le loro azioni. Facendo aumentare il sospetto che il condizionamento possa essere bilaterale, e che anche le multinazionali possano essere veri e propri “Stati negli Stati”.

Il Covid ha funto da virus acceleratore anche e soprattutto per lo sdoganamento di queste dicotomie cruciali per l’economia globale. Il termine capitalismo politico può essere analizzato mettendo l’accenno sulla matrice politico-istituzionale (che presuppone lo Stato al centro) o sul concetto di capitalismo, che dà priorità a imprese, innovazione e via dicendo. Non c’è contraddizione tra questi fattori in un mondo liquido. Ma, soprattutto in Paesi come gli Usa, la domanda per l’apposizione di un freno alla hybris del big tech cresce anche e soprattutto perché ad esso la sua valenza strategica per lo Stato federale ha fatto rialzare la testa in termini operativi. Scontentando milioni di americani e creando un moto di disaffezione verso i principali motori dell’economia Usa: risolvere la dicotomia su chi comandi davvero tra Stati e multinazionali sarà una sfida chiave per Washington. Che solo riportando nei ranghi il big tech e frenando le uscite più spudorate delle sue aziende manterrà intatto l’equilibrio tra i suoi poteri interni.