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Nel 2017 sulle pagine dello Yale Law Journal apparve un ampio e dettagliato articolo di una giovane studentessa destinato a far discutere notevolmente sul tema della regolamentazione dei grandi potentati tecnologici statunitensi. Amazon’s Antitrust Paradox, l’articolo firmato dalla 28enne Lina Khan, aprì un ampio dibattito sulle modalità con cui le autorità federali avrebbero potuto regolamentare attivamente il potere di mercato delle multinazionali tecnologiche e i loro rapporti con l’economia nazionale. La Khan, in questo articolo, sottolineava come il metodo tradizionale di minimizzazione dei costi per i consumatori non potesse funzionare di fronte a colossi come Amazon, capaci di controllare la componente materiale e digitale di un dato servizio (in questo caso la logistica e il trasporto di beni), e che per frenare tendenze al compattamento dei mercati nelle mani di pochi colossi fosse necessario riscoprire le antiche pratiche dell’antitrust tradizionale.

Quattro anni dopo, nella giornata del 16 giugno scorso, la Khan è stata investita dal presidente Joe Biden della guida della Federal Trade Commission, l’autorità antitrust Usa di cui era stata scelta come uno dei cinque membri il 22 marzo 2021, a poche ore dalla conferma da parte del Senato della sua nomina. La carriera della Khan è stata fulminante e degna di nota: divenuta dopo la laurea professoressa associata di Legge alla Columbia Law School, si trova a soli 32 anni a dirigere una strategica autorità federale su diretta indicazione del presidente. E la sua nomina mostra appieno quali possano essere i timori del big tech per la nuova fase che si va aprendo negli Usa.

Le aziende del big tech temono in primo luogo che ad esse si possa applicare la tradizionale legge dell’antitrust: scorporare i colossi del mercato quando la loro posizione inizia a farsi predominante e ad ostacolare sia la libera concorrenza tra imprese sia i diritti dei cittadini a veder rispettate le loro prerogative, la loro privacy, la propria autonomia di consumo. In sostanza, che venga ribaltato il canone tipico negli Usa dall’era Reagan in avanti, che ha portato la Ftc più volte a deliberare sulle fusioni solo partendo da giudizi legati all’efficienza di costo. Khan, nota La Voce, sostiene che “proteggere i consumatori richiede di guardare non solo ai prezzi, ma anche alla qualità e alla varietà dei prodotti offerti e all’innovazione”. Paradigmatico è proprio il caso di Amazon, al centro dell’analisi che ha fatto decollare la sua carriera. Il colosso di Seattle “è al contempo una piattaforma di marketing, una rete logistica e di consegne, un fornitore di servizi a pagamento, una piattaforma per aste, un editore, un produttore di film e serie televisive, e così via. I rivali di Amazon sono spesso, nello stesso tempo, suoi clienti. Amazon guadagna anche quando compete e può sempre favorire i suoi prodotti rispetto a quelli dei concorrenti”, e questo è un cortocircuito per le regole del mercato.

In secondo luogo, Amazon, Apple, Google, Facebook e gli altri potentati temono che il governo Usa possa costringerli a scelte a cui non possono in alcun modo derogare, essendo il legame con gli apparati federali delle aziende della Silicon Valley e del resto del big tech fondamentale per i loro successi commerciali e la loro proiezione globale. Un maggior controllo sulla gestione dei dati, ad esempio, rafforzerebbe il potere di condizionamento degli apparati federali, che hanno arruolato le aziende tecnologiche puntando sulla fedeltà di bandiera e i lauti contratti stipulati con esse.

Infine, il Big Tech è spaventato dalla possibilità che uno smantellamento delle economie di scala create nel quadro dell’integrazione dei servizi e delle reti tecnologiche e fisiche costruite per la loro erogazione crei, a cascata, una diminuzione del valore delle sue entrate, delle ricadute fiscali e di conseguenza dei rendimenti azionari e degli utili. Questo è forse il più interessante punto di caduta della questione della regolamentazione del big tech, fattispecie che va via via prendendo piede nel dibattito oltre Atlantico: a essere sotto indagine è in sostanza un metodo di fare business proprio del big tech che si è consolidato negli anni sulla scia di un clima economico-finanziario, politico e sociale favorevole. Ma che sul lungo periodo si è mostrato estremamente carico di esternalità negative non catturabili dagli indubbi risultati in termini di valore aggiunto, Pil e creazione di benessere (invero spesso concentrato in poche mani) che le aziende tecnologiche hanno conquistato. Un tema su cui la politica americana discute con forza. E su cui è pronta ad agire.