Anatomia di un blackout: l’Iran è senza internet (e non è una novità) 

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Erano giorni che gli iraniani lo aspettavano. Molti avevano dato l’allarme sui social, tra testimonianze di disconnessioni momentanee e pagine di monitoraggio in persiano, per sapere come muoversi quando fosse arrivato. Alla fine, nella serata dell’8 gennaio, le autorità hanno messo in atto il blackout generale di internet, mentre a Teheran si radunava la più grande manifestazione vista in questi giorni. Il primo a riportare il dato è stato NetBlocks, osservatorio digitale con sede a Londra, che ieri mostrava un drastico crollo della connessione, fino allo zero.


Gli apparati della Repubblica Islamica hanno una lunga storia di repressione digitale, di cui i blackout di internet sono la punta dell’Iceberg, l’arma più potente di un sistema censorio fatto di filtraggio e disconnessioni. Questa volta, lo abbiamo osservato in questi giorni, sembrava che il regime stesse temporeggiando. Forse, hanno scritto alcuni, per il timore che un blackout fosse più dannoso che efficace, vista la disastrosa situazione economica in cui versa il paese, imparagonabile a nessuna della proteste del passato. Ma oggi l’Iran è di nuovo isolato, come era successo nelle precedenti ondate di protesta, e mentre Khamenei promette il pugno di ferro contro i manifestanti, si  rimette sul tavolo un’equazione cara al regime: senza internet, telefoni o reti satellitari, il momento è perfetto per alzare l’asticella delle violenze, forti del fatto che nessuna denuncia possa uscire dai confini nazionali. 


Un copione già visto 

L’onda verde, come si chiamava il Movimento del 2009, era stata la rivoluzione di twitter. Da lì erano partite le manifestazioni, organizzate online e portate nelle strade. Nel novembre 2019, il Boody Aban, autunno di sangue, aveva visto uno shutdown uguale a quello di questi giorni, che aveva silenziato le rivolte degli iraniani, permettendo al regime di ucciderne più di 200 solo nelle prime 48 ore di silenzio. In tre giorni, ne uccisero 1500. 

Nel 2022 l’hashtag che teneva insieme le voci era Woman, Life, Freedom. In questi giorni ne circolava uno più diretto: Iran protests, spesso accompagnato dalla parola persiana per libertà, azadi. Si tenta di ricreare quell’eco mediatica che quattro anni fa trasformò il nome di Mahsa Amini in un simbolo, portando sotto gli occhi del mondo la violenza della repressione nei confronti dei manifestanti. Oggi, come nel 2022, la risposta del regime è stata netta: spegnere Internet. Isolare il paese per spezzare il legame tra le piazze e il racconto che di quelle piazze usciva. 

In campagna elettorale, l’attuale presidente iraniano Masoud Pezeshkian aveva dichiarato, “Farò ogni sforzo per riformare il sistema di filtraggio inefficace… Dobbiamo liberare Internet.” Che le cose non sarebbero cambiate in meglio era tuttavia già evidente, e non solo perché Pezeshkian non abbia in effetti il potere di cambiarle, ma per motivi molto più radicati nella struttura censoria della Repubblica Islamica, dove la gestione di internet non è semplicemente una questione tecnica o normativa, ma rappresenta una componente essenziale del più ampio apparato di potere politico all’interno del quale è situata.


Internet “autarchico” e sorveglianza digitale

L’Iran è stato il primo paese del Medio Oriente a collegarsi ad Internet. Lo ha fatto alternando slanci e brusche frenate, sopratutto da quando è divenuto chiaro il potenziale destabilizzante della rete. Il web non ha mai smesso di causare una certa preoccupazione negli apparati, tanto che la Guida Suprema, nel 2012, volle istituite il Supreme Council of Cyberspace , un consiglio presieduto da Khamenei stesso con la missione dichiarata di definire le linee guida strategiche per la governance dello spazio digitale, in linea con i principi ideologici della Repubblica Islamica e con le esigenze di sicurezza nazionale. Quest’ultima, spesso, una foglia di fico utile ad essere usata come pretesto. 

Quando lo shutdown silenzia le voci, tenere in piedi un paese può diventare complicato. Per questo dal 2013 esiste il National Information Network, poi implementato nel 2020 dalla presidenza Rohuani, colonna portante del progetto dell’architettura digitale autarchica iraniana. A ogni nuovo disordine,o di fronte a crisi e guerre, il governo può attuare blackout selettivi o totali, schermare o filtrare alcuni siti, rimanendo però “funzionale”. Questo perché attraverso il National Information Network la Repubblica Islamica si è dotata di un sistema che sopravvive in maniera indipendente, almeno per quanto riguarda i servizi di base come banche, ospedali e comunicazioni governative. 

Mentre Whatsapp non consegna i messaggi, i telefoni non funzionano, e contattare gli iraniani è impossibile, si fa largo un’ultima domanda, per ora aperta: interverrà Elon Musk, con il suo Starlink, come auspicano molti iraniani?