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Joe Biden ha bisogno di Elon Musk e la ragione sta nella necessità degli Usa di conservare l’accesso indipendente al cosmo conquistato proprio grazie alle capsule Crew Dragon di SpaceX, azienda del magnate di origine sudafricana e uomo più ricco al mondo. Si spiega così con ogni probabilità la timidezza della reazione della Casa Bianca, da tempo impegnata nella sfida di ridimensionare gli oligopoli tecnologici e la loro influenza sull’economia e la società americane, alla scalata di Musk su Twitter, recentemente perfezionata per 44 miliardi di dollari.

La Crew Dragon, permettendo all’America di riconquistare l’accesso autonomo allo spazio, ha stimolato una corsa industriale accolta a piene mani da Blue Origin di Jeff Bezos, rappresentante l’esempio più importante di sinergia tra apparati pubblici e privati in campo spaziale in una fase in cui il quinto dominio sta diventando sempre più decisivo. La guerra in Ucraina lo ha confermato, mostrando il peso specifico decisivo delle attività di ricognizione satellitare nel sostegno occidentale a Kiev e accelerando la divaricazione tra il ruolo storicamente distensivo delle operazioni spaziali delle potenze e la riproposizione nel teatro delle alleanze terrestri.

Un “santuario” di pace resta, per ora, la Stazione Spaziale Internazionale la cui operatività è messa a repentaglio dalle tensioni tra i suoi maggiori “azionisti”, la Nasa e la russa Roscosmos. La Stazione Spaziale Internazionale (Iss), simbolo di una cooperazione spaziale di stampo Anni Novanta e primi Duemila che appare ormai superata dal braccio di ferro geostrategico, è stata raggiunta nella giornata del 28 aprile dalla capsula Crew Dragon-4 “Freedom” decollata da Cape Canaveral, che ha portato sulla Iss l’astronauta italiana Samantha Cristoforetti e i suoi colleghi della Nasa Kjell Lindgren, Bob Hines e Jessica Watkins. I quattro sono stati accolti sulla Iss da Kaya Chali, Thomas Mashbirn e Kayla Barrow, tutti della Nasa, Oleg Artemyev, Denis Matveyev e Sergei Korsakov, dell’agenzia spaziale russa. La cui convivenza nello spazio rappresenta uno dei flebili punti di contatto tra Mosca e Washington oggi residui.



L’arrivo della Cristoforetti e dei colleghi sulla Iss con la Crew Dragon di SpaceX è in ogni caso un messaggio statunitense alla Russia. Amplifica l’indipendenza di Washington dal Soyuz, il vettore russo di concezione sovietica spesso utilizzato nell’ultimo decennio dagli Usa e dai Paesi europei per mandare in orbita i loro astronauti. A Washington Musk dunque serve per questa strategia. A Musk un approccio previdente su Twitter conviene per non attirargli addosso la caccia dei regolatori. Specie in una fase in cui l’asse tra la Casa Bianca e SpaceX è strutturato e operativo. Arrivando perfino al teatro ucraino.

All’indomani dell’invasione russa in Ucraina, il 26 febbraio, Mykhailo Fedorov, vice primo ministro ucraino, ha chiesto direttamente a Musk su Twitter di inviare nel Paese sotto attacco uno dei ritrovati di SpaceX, il sistema Starlink di internet via satellite, per mantenere connesse le reti nazionali in caso di attacco. Allora si temevano devastanti cyberattacchi russi contro le installazioni di Kiev. “Musk”, nota StartMag, “ha accolto la richiesta. Ma la spedizione dei terminali non è frutto della pura beneficienza della società aerospaziale. Visto che il governo americano sta aiutando SpaceX a finanziare e a spedire i terminali in Ucraina. E la connessione garantita dalla costellazione satellitare Starlink gioca un ruolo anche militare“. L’agenzia governativa Usaid ha coperto il costo di 1.333 dei 5mila terminal Starlink inviati a Kiev per sostenere la richiesta di Fedorov nel quadro del piano da 13,6 miliardi di dollari approvato dal Congresso per rafforzare la resistenza di Kiev. E secondo fonti securitarie e d’intelligence i droni ucraini, rivelatisi importanti nella risposta di Kiev, starebbero a loro volta sfruttando Starlink per ovviare a carenze di connessione in caso di crisi in momenti operativi.

Insomma, Musk è stato arruolato a pieno titolo nello sforzo strategico degli Usa, come successo agli altri big del capitalismo delle piattaforme, dal rivale Jeff Bezos con Amazon, colosso del cloud, a Google, Facebook, Microsoft e altri attori. La sua valenza sistemica per le mosse di Washington condiziona, in quest’ottica, l’agenda di Biden sul tech, vista l’importanza di SpaceX nel quadro della nuova strategia spaziale Usa. E in prospettiva questa ambivalenza potrebbe essere un problema politico per il Presidente, che vede la sinistra del Partito Democratico sul piede di guerra contro il mai amato Elon Musk per la conquista di Twitter. Ma anche di questa grande contraddizione tra politica, mondo dell’impresa e istituzioni vive la potenza statunitense. Oggi vincolata da una grande alleanza di interessi a far fronte comune contro il rivale strategico russo. Anche grazie a Elon Musk.

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