Automobile, l’anno zero del Giappone: una megafusione contro la crisi

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI

Il 2025 potrebbe essere l’anno zero dell’industria automobilistica del Giappone. Le quattro ruote nipponiche, alle prese con scandali finanziari, conti in rosso e un’agguerritissima concorrenza cinese, si affidano alla super fusione tra tre dei suoi principali colossi, ovvero Honda, Nissan e Mitsubishi, per inaugurare una nuova era. Da quanto fin qui emerso, Honda e Nissan hanno avviato discussioni su una potenziale integrazione attraverso la creazione di una holding congiunta, per poi includere nel pacchetto anche Mitsubishi. Questa tripla collaborazione darebbe vita a un Cerbero a tre teste che diventerebbe la terza casa automobilistica mondiale per vendite annuali, superando tutti gli altri concorrenti fatta eccezione per la giapponese Toyota e la tedesca Volkswagen.

Unendo le loro forze, Nissan, Honda e Mitsubishi mirano palesemente a rafforzare la propria posizione in un mercato sempre più competitivo e in rapida evoluzione, assicurandosi un posto tra i giganti automobilistici globali. Ma come ha fatto il Giappone delle quattro ruote, per anni sulla cresta dell’onda e in prima linea nello sfornare auto all’avanguardia, efficaci, economiche e attraenti, a finire a un passo dal baratro?

Il presidente e Ceo di Nissan Motor, Makoto Uchida, quello di Mitsubishi Motors, Takao Kato, e il presidente di Honda Motor, Toshihiro Mibe

Il declino delle auto Made in Japan

C’erano una volta le auto giapponesi. Prima dell’avvento delle auto elettriche cinesi, a cavallo tra gli anni Settanta e i primi anni Duemila, i modelli realizzati dalle aziende nipponiche travolgevano il mondo scatenando ammirazione e paura. L’ammirazione di consumatori felici di mettere le mani su veicoli economici e carichi di soft power; la paura, invece, dei brand occidentali che, per la prima volta, si ritrovavano a fronteggiare rivali che sembravano avere una marcia in più.

Oggi quei colossi sono finiti fuori dal grande gioco dell’automotive e stanno cercando di riorganizzarsi da zero. Il motivo della debacle? Ci sono almeno tre ragioni: scelte strategiche sbagliate, scandali finanziari (e in fase realizzativa), l’ingresso in scena delle auto cinesi. Mentre Toyota è riuscita a mantenere la stabilità finanziaria grazie ai suoi graduali investimenti in veicoli ibridi, le altre case automobilistiche del Giappone si sono ritrovate ad affrontare notevoli sfide nel passaggio dai tradizionali motori a benzina e diesel ai veicoli elettrici.

Già, perché il passaggio alla tecnologia elettrica e ibrida richiede investimenti sostanziali in ricerca, sviluppo e infrastrutture di produzione, da preparare seguendo un’accurata pianificazione. I grandi marchi automobilistici nipponici, coalizzati attorno a due fazioni – una guidata da Toyota che include Mazda, Subaru e Daihatsu, e un’altra che comprende Honda, Nissan e Mitsubishi – sono rimasti invece per lo più ancorati a tecnologie obsolete e a design non più attraenti come quelli sfornati dai competitor cinesi.

L’anno della rinascita?

Nel 2023 l’automotive giapponese è stato coinvolto in vari scandali. Il primo si è manifestato quando il ministero del Territorio, delle Infrastrutture, dei Trasporti e del Turismo (MLIT) ha scoperto alcune irregolarità nel processo di certificazione dei veicoli della Daihatsu. Il dicastero ha quindi ordinato all’azienda di sospendere le consegne di tutti i suoi veicoli (un totale di 64 modelli) fino al completamento di un’indagine. Ricordiamo che Daihatsu fa parte del gruppo Toyota e che, insieme a Suzuki, è il principale produttore di Mini Vehicle in Giappone, ovvero veicoli con cilindrata pari o inferiore a 660 cc che rappresentano quasi il 40% delle vendite totali di Light Vehicle nel Paese.

Il MLIT avrebbe in seguito riscontrato problemi simili con Toyota Industry, un’affiliata Toyota che produce motori diesel per dieci modelli Toyota, tra cui il Landcruiser e l’Hilux, e con il processo di certificazione per 35 modelli presso tra Toyota, Mazda, Honda e Suzuki.

I conti in rosso hanno tuttavia riguardato da vicino Nissan, caso emblematico del malessere automobilistico nipponico le cui vendite e profitti sono in calo ormai da anni. Nel 2024 i profitti dei suoi concessionari negli Usa sono scesi del 70% su base annua, mentre l’utile operativo è crollato addirittura del 99% nel primo trimestre finanziario. Le vendite sono andate ancora peggio in Cina, dove i marchi automobilistici del Dragone hanno sostituito quelli occidentali e asiatici.

C’è poi da considerare la caduta dell’ex megaboss di Nissan, Carlos Ghosn, e la conseguente fuga di talenti, seguita dalla rinegoziazione pluriennale dell’alleanza del marchio nipponico con Renault. Il tempo stringe e se il Giappone vuole veramente tornare in pista, con auto nuovamente attraenti e all’avanguardia, deve cambiare al più presto registro. La fusione tra Nissan, Honda e Mitsubishi potrebbe (il condizionale è d’obbligo) essere il primo passo per uscire dalle sabbie mobili.