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Tecnologia

Ascesa e declino di Koo, il social indiano che voleva diventare Twitter

Sta per finire così la storia del clone indiano di Twitter, promosso da celebrità e ministri del Paese più popoloso del mondo, apprezzato da investitori e utenti di Stati quali Nigeria e Brasile, ma rimasto incredibilmente a secco di fondi e non più in grado di restare a galla.

Ha provato a imitare Twitter prima ancora che quest’ultimo finisse nel portafoglio di Elon Musk e cambiasse nome in X. In un primo momento, sembrava che Koo, una delle tante startup indiane nate dal nulla, potesse in qualche modo competere con il suo modello di riferimento statunitense. Dal 2019 fino a poche settimane fa ha rappresentato, in effetti, un’alternativa a buon mercato del famoso uccellino blu, vantandosi di essere la seconda piattaforma di microblogging più grande al mondo e di essere valutata quasi 300 milioni di dollari.

Lo scorso 3 luglio, tuttavia, i suoi fondatori, Aprameya Radhakrishna e Mayank Bidawatka, hanno annunciato la chiusura di Koo dopo i colloqui falliti con “numerose grandi aziende Internet, conglomerati e case editrici”, molte delle quali “non volevano avere a che fare con contenuti generati dagli utenti e con la natura selvaggia di un’azienda di social media”.

Ascesa e declino dell’alter ego indiano di Twitter

Sta per finire così la storia del clone indiano di Twitter, promosso da celebrità e ministri del Paese più popoloso del mondo, apprezzato da investitori e utenti di Stati quali Nigeria e Brasile, ma rimasto incredibilmente a secco di fondi e non più in grado di restare a galla.

Koo ha raggiunto la fama nel 2021, in concomitanza con lo scontro di quel tempo tra il Governo indiano e Twitter per il rifiuto del social Usa di bloccare alcuni account collegati alle proteste degli agricoltori del 2020-2021. Numerose agenzie governative e personaggi di spicco dell’India si erano iscritti a Koo, sull’onda del mantra ripetuto dal primo ministro indiano Narendra Modi: “Atmanirbhar Bharat“, e cioè “India autosufficiente“, uno slogan volto a promuovere alternative locali alle aziende straniere.

La chiusura di Koo

Koo aveva preso in prestito molti aspetti da Twitter, comprese le sue funzionalità, il layout e il logo dell’uccellino, non blu ma giallo. Non sarebbe bastato per evitare il tracollo… Nonostante sostenessero che fosse apolitico, i fondatori di Koo hanno sempre preferito spacciare la loro creatura per un’alternativa nazionalista e indù del richiamato Twitter. La prova più evidente era racchiusa nella prevalenza dei discorsi d’odio anti musulmani presenti sulla piattaforma. In ogni caso, nel 2022 il social riferiva di aver raggiunto una base di 9 milioni di utenti attivi, incrementata dall’afflusso di iscritti provenienti dalla Nigeria (dove Twitter è vietato) e dal Brasile.

E poi cosa è successo? L’azienda non è riuscita a raccogliere fondi aggiuntivi ed è stata costretta a ridurre la sua forza lavoro. I fondatori hanno pagato per un periodo gli stipendi dei dipendenti di tasca propria. Hanno cercato di vendere la piattaforma ma le trattative non hanno prodotto alcuna fumata bianca. “Volevamo creare una piattaforma di social media per gli indiani, realizzata dagli indiani”, ha raccontato uno degli addetti licenziati. Game over.

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