Nuvole scure cariche di pioggia si addensano sopra la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC), il più grande produttore indipendente di semiconduttori di Taiwan e del mondo. A rischiare fulmini e saette, in realtà, è l’intero settore hi-tech di Taipei. Il motivo è semplice: Donald Trump ha ventilato l’ipotesi di imporre dazi contro alcuni dei maggiori partner commerciali degli Stati Uniti, con l’obiettivo di spingere le loro aziende a spostare la produzione negli Usa e ridurre l’enorme deficit commerciale di Washington.
Le ultime tariffe del 25% annunciate dal presidente statunitense hanno incluso anche i chip importati, utilizzati in ogni settore, dagli smartphone ai missili. Taiwan, con 24 milioni di abitanti e una superficie poco più piccola di quella del Portogallo, produce il 60% di tutti i semiconduttori mondiali e il 90% dei più avanzati.
Le tre principali aziende locali, ovvero TSMC, United Microelectronics Corp (UMC) e Powerchip Technology Co., hanno a lungo realizzato, da sole, il 70% della fabbricazione globale dei circuiti integrati. Cosa succederà alle catene di approvvigionamento globali se Trump dovesse in qualche modo colpire anche i chip taiwanesi?

L’ombra di Trump su TSMC
Trump è stato chiaro: ha accusato Taiwan di aver rubato l’industria dei chip degli Stati Uniti e ha suggerito che Taipei dovrebbe pagare gli Usa per la loro protezione militare dalla Cina. Il presidente dell’isola, William Lai, ha promesso di incrementare gli investimenti oltre oceano per ridurre lo squilibrio commerciale e di spendere di più per le forze armate dell’isola, ma non è sicuro che tutto questo sia sufficiente per evitare la spada di Damocle delle tariffe (da capire, in ogni caso, se gli eventuali dazi riguarderanno solo i chip spediti negli Stati Uniti o anche quelli presenti nei prodotti finiti).
Anche perché l’obiettivo strategico primario dell’amministrazione Trump è rivitalizzare la produzione autoctona di semiconduttori avanzati, che nel 2022 rappresentava appena l’1% della torta mondiale dei chip più avanzati. Ebbene, The Donald intende fare leva sulle crescenti tensioni tra Cina e Taiwan per costringere, più o meno esplicitamente, TSMC a spostare la propria produzione negli Usa. Non solo: il colosso taiwanese, negli auspici di Trump, potrebbe anche ottenere il controllo di Intel, il principale produttore statunitense di semiconduttori all’avanguardia, rilevandone e gestendone gli stabilimenti.

I piani del colosso taiwanese dei chip
Investire negli Usa (e non solo lì) rappresenterebbe un apparente sollievo per TSMC, che in un colpo solo smetterebbe di doversi preoccupare per una fantomatica invasione cinese (che comprometterebbe il proprio business a Taiwan), ma un incubo per il Governo taiwanese, che in un colpo solo perderebbe lo “scudo di silicio” che aveva sempre garantito un elevato grado di sicurezza all’isola, ancor più di missili ed eserciti.
Per TSMC è fondamentale mantenere una solida relazione con l’amministrazione Trump, dal momento che il mercato nordamericano rappresenta il 70% dei ricavi dell’azienda. I legami tesi con la Casa Bianca potrebbero infatti esporre l’azienda a un controllo normativo più severo, o ad altri nodi spinosissimi, ma anche una rottura con il governo taiwanese sarebbe altrettanto pericolosa. Già, perché l’espansione all’estero di TSMC è sottoposta ad un attento scrutinio da parte dei decisori politici dell’isola.
Nel frattempo, TSMC ha pianificato e si è impegnata a investire più di 65 miliardi di dollari in tre stabilimenti in Arizona, uno dei quali inizierà la produzione alla fine del 2025. Inoltre, sta progettando un secondo stabilimento in Giappone e, nel 2024, ha dato il via ai lavori per la costruzione del suo primo stabilimento europeo (in Germania, a Dresda). A tal proposito, nelle ultime ore, il presidente Usa Donald Trump e TSMC hanno annunciato un investimento di 100 miliardi di dollari negli Stati Uniti per costruire impianti di semiconduttori nei prossimi quattro anni, sfidando la Cina nell’AI, secondo il Wall Street Journal.


