Francia, Regno Unito, Svezia, Italia e Romania si sono fatte recentemente notare quando hanno adottato misure di controllo in materia di sicurezza per l’installazione di tecnologia 5G. Le potenzialità di questa nuova generazione di reti di telecomunicazione mobile sembrano considerevoli, con un’ulteriore crescita di applicazioni automatiche basate sulla raccolta e il trattamento dei dati, ma la tradizionale corsa all’ammodernamento ha conosciuto una battuta d’arresto. Gli Stati Uniti denunciano ormai da due anni i rischi rappresentati dalle aziende cinesi, in particolare Huawei o ZTE, per la nuova generazione di rete mobile. Secondo Washington la tecnologia cinese nelle reti 5G può fornire al potere di Pechino l’opportunità di catturare informazioni. Washington denuncia il potenziale accumulo di dati da parte delle aziende cinesi, che non soltanto rappresenta un pericolo per alcuni dati relativi alla sicurezza in sé, ma anche per le possibilità ulteriori offerte dalla disponibilità di banche dati globali.

Molti Paesi europei, Francia e Regno Unito in testa (ma anche l’Italia), hanno preso sul serio le avvertenze americane e hanno creato un regime di controllo e autorizzazione per valutare i rischi rappresentati dai produttori cinesi come fornitori di reti mobili di nuova generazione, prima di autorizzarli o meno. Non si tratta generalmente di una posizione di chiusura assoluta, ma di forte controllo. In questo senso si ricordano ad esempio le posizioni del Copasir che aveva prestato attenzione alle avvertenze statunitensi. Va anche evocato l’esempio della Francia che ha escluso Huawei da alcune zone geografiche ritenute sensibili a causa di un’elevata presenza di basi militari o organismi di sicurezza nazionale (Tolone, Brest, Parigi…).

Dal lato dei produttori cinesi, abbiamo assistito però ad alcune contro-mosse. Huawei sta investendo 200 milioni di euro nella creazione di una fabbrica di componenti 5G vicino a Strasburgo in Francia, per poter giustificare una produzione sul territorio europeo che possa adempiere agli standard europei e quindi guadagnarsi dall’interno l’accesso al mercato. Anche in Italia Huawei ha inaugurato a marzo un suo cyber security transparency center per cercare di coltivare un’immagine di affidabilità.

La questione della capacità di raccogliere dati, che è alla base della problematica 5G, ma soprattutto di alimentare enormi banche dati che possono in seguito essere sfruttate tramite vari tipi di applicazioni, pone l’Europa di fronte a scelte non facili

La realtà attuale dell’Europa è quella di nutrire un flusso di dati che vengono captati e poi processati dalle principali piattaforme statunitensi, i cosiddetti GAFAM, e quindi che vengono spesso depositati dentro data center situati in territorio americano. L’insieme delle applicazioni che usiamo quotidianamente alimenta un flusso transatlantico di dati che già crea numerosi problemi: dal 2013, l’azione di Max Schrems di fronte ai tribunali europei ha portato a rivedere il regime che regolamenta questo scambio di dati, anche in nome del rispetto dei diritti dei cittadini europei da parte delle autorità statunitensi. Nel 2020, a seguito di un ulteriore sviluppo del “caso Schrems”, è stata dichiarata l’invalidità dell’accordo di regolamentazione di trasferimenti dei dati tra Unione europea e Usa, il cosiddetto “privacy shield“. Già osserviamo come alcune regolamentazioni americane, ad esempio le leggi di contrasto al terrorismo, possono porre problemi per la protezione dei diritti di un cittadino europeo che può vedere i suoi dati usati direttamente da parte di alcune amministrazioni statunitensi. Ma, al di là di questo problema, che risulta particolarmente spigoloso in termini di sovranità politica e di diritti, dobbiamo ricordare che i cittadini europei fanno affidamento massiccio sulle applicazioni digitali statunitensi che raccolgono e aggregano dati a fini commerciali. I colossi del web hanno creato una vera e propria industria del dato nella quale fanno raccolta “totale” dei dati individuali in una visione di crescita dei profitti, un modello che ha come obiettivo ultimo di migliorare le capacità di marketing e quindi le vendite.

Questa realtà può apparire come vertiginosa in quanto delinea un mondo nel quale alcune aziende hanno un accumulo di potere tale da destare preoccupazione per le conseguenze sulla sovranità, e quindi sullo stato di diritto, e sembrano per certi versi anche minacciare gli Stati. Tale è la loro potenza. L’ipotesi di pericolo “cinese” per il 5G introduce pero un’ulteriore variante: quella di aziende direttamente legate al regime politico di Pechino e che possano quindi trasmettere dei dati usati non a fini di massimizzazione commerciale, come nel caso ormai classico delle GAFAM, ma a fine di un dominio politico, una traslazione su forma planetaria delle già esistenti tecnologie di “controllo sociale” cinese, per non parlare delle possibilità orwelliane aperte in termini di spionaggio automatizzato tramite tecnologie di intelligenza artificiale. Lo scenario “classico” di diffidenza sul 5G nasconde però un’altra problematica globale: quella della sovranità dei dati e della protezione dei diritti nel contesto digitale, una materia anche affrontata nel recente regolamento europeo per l’intelligenza artificiale.

Dobbiamo fare una distinzione fondamentale. La captazione di dati da parte delle big tech statunitensi rappresenta un problema importante, ma rimane all’interno di un modello di aziende private che mirano ad accrescere i loro profitti. Nel caso cinese vi è il sospetto di una relazione molto più diretta fra il sistema tecnologico basato sui dati e il potere politico, il ché rappresenta un grado maggiore di pericolosità. Da questo punto di vista, anche se le tematiche rimango delicatissime, esiste una netta differenza di posizionamento dell’Unione europea nei confronti di Usa e Cina, in cui i secondi destano più preoccupazioni.

Possiamo inoltre rilevare come l’amministrazione Biden stia spingendo verso un’ulteriore accelerazione della competizione tecnologica con la Cina che esula dalla stretta definizione del 5G. Una questione molto attuale è quella dei semi-conduttori, tecnologia essenziale, nella quale la Cina si trova per il momento in una situazione di inferiorità dato il suo ritardo nei confronti dei produttori asiatici (Taiwan e Corea del Sud), ma anche il ruolo chiave giocato dalle tecnologie statunitensi e europee. Sia la decisione americana di investire in ulteriore capacità di produzione sul suolo statunitense che i vari embarghi decretati nei confronti di Pechino mettono la Cina sulla difensiva.

Ma anche da un punto di vista di altri tipi di tecnologie come i computer quantistici o lo sviluppo di software, anche per applicazioni AI, vediamo come gli Usa stiano spingendo per mantenere un vantaggio che, di fatto, preserva il divario tecnologico con la Cina. Anche nell’ambito del 5G, la parte relativa al software sta crescendo di importanza e potrebbe quindi rendere ancora più relativo l’embargo nei confronti delle tecnologie cinesi.

Il 5G appare quindi oggi non come un problema “a sé stante”, ma come una delle espressioni di un puzzle tecnologico che rileva una posta in gioco in ogni comparto. Si pone quindi il problema della presenza e dell’innovazione in ogni area tecnologica, una visione globale che non è scontata per un’Unione europea abituata a muoversi all’interno di un mercato transatlantico molto consolidato. Bisogna quindi trovare il giusto equilibro fra lo sviluppo di tecnologie proprie e la capacità di negoziare e alzare il livello di richieste con gli Usa anche a nome di convergenze in materia di diritti e democrazia. Si tratta di una partita tutt’altro che semplice ma dobbiamo sottolineare il lavoro promettente della Commissione E europea che si sta sempre di più attrezzando con una politica industriale, fatta di investimenti crescenti e la messa a punto di una regolamentazione del digitale pioneristica.