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L’amministrazione Biden sta proseguendo e, in certi campi, ampliando la politica della massima contrapposizione degli Usa al 5G cinese e, nelle ultime settimane, ha promosso azioni volte a sistematizzare la sua nuova strategia.

A dicembre 2020 la Federal Communication Commission (Fcc), l’autorità che vigila sul mercato delle telecomunicazioni negli Usa, aveva votato all’unanimità una proposta volta a richiedere una strategia di rip and replace per le tecnologie 5G cinesi presenti negli Stati Uniti. Tra il rip, il momento dello “strappo” da una tecnologia ritenuta una potenziale fonte di infiltrazione cinese nel sistema di sicurezza della superpotenza, e il replace, la sostituzione con tecnologie di stampo occidentale, la Fcc stimava un costo previsto per politiche di questo tipo pari a 1,6 miliardi di dollari. Ebbene, nei giorni scorsi è arrivata la conseguente mossa politica da parte dell’amministrazione Biden, che ai tempi della delibera della Fcc preparava la sua transizione dopo la vittoria elettorale assieme alla sua squadra.

Il 3 luglio Biden ha firmato un ordine esecutivo che contiene un primo set di strumenti volto a avviare lo smantellamento delle tecnologie di Huawei e Zte nel tessuto industriale e tecnologico statunitense. Nel quadro dell’Executive Order on Promoting Competition in the American Economy, contenente 72 misure di politica economica riguardanti dodici agenzie federali, Biden ha chiesto a tutti gli operatori telco degli Stati Uniti di smantellare le tecnologie 5G legate ai colossi cinesi utilizzate nella banda larga, nella comunicazione, nei dispositivi di ultima generazione. Stanziando 2 miliardi di dollari per ottenere questo risultato.

La mossa segnala la comune e concorde veduta che unisce agenzie federali, apparati di sicurezza nazionale, Congresso e Casa Bianca nel definire la Cina e i suoi attori economici e tecnologici come il rivale numero uno di Washington. “Proteggere l’infrastruttura critica delle comunicazioni in America da potenziali minacce alla sicurezza è più importante che mai a causa dell’enorme impatto che le nostre reti di comunicazione hanno sul lavoro, sull’istruzione, sull’assistenza sanitaria e sulle comunicazioni personali”, scriveva a dicembre la Fcc nella nota di giustificazione del rip and replace oggi politicamente rilanciato da Biden.

I fondi potrebbero essere attinti dal finanziamento da 1,9 miliardi garantito all’applicazione del Secure and Trusted Communications Networks Act del 2020 nel quadro del pacchetto da 900 miliardi di dollari contro il Covid-19 passato dal Congresso come legge a fine dicembre; tra le compagnie che maggiormente si preparano ad avvantaggiarsi della strategia di Biden si segnalano colossi europei come Ericsonn e Nokia; gli Stati Uniti intendono inoltre puntare fortemente sul network O-Ran, ultima frontiera dell’innovazione aperta in materia di modularità della rete e investimenti sulla sicurezza, come alternativa alle tecnologie cinesi.

Ma Huawei e Zte, pur essendo attori molto diversi e tutt’altro che in completa sinergia operativa, difficilmente potranno essere scalzati con facilità. I colossi cinesi hanno sviluppato una cultura industriale, scientifica e operativa sul 5G che unisce alla capacità di sviluppare reti altamente tecnologiche, efficienti energicamente e sostenibili per le comunicazioni e i flussi dati industriali e dell’IoT un’attenzione profonda alla governance delle applicazioni materiali della rivoluzione del 5G. Una rivoluzione concettuale che difficilmente si riscontra nelle compagnie occidentali sull’intera filiera di una singola azienda.

Inoltre, la strategia dello strappo con le compagnie cinesi e della loro sostituzione può risultare costosa e complicata. Lo sa bene British Telecom che nel Regno Unito sta avviando la sostituzione della rete cinese nella cittadina di Hull ma prevede, per la prima fase del suo programma, non meno di 700 milioni di dollari di spesa. Le tecnologie non sono mai monadi, ma fattori abilitanti di un’intera parte dell’ecosistema economico. Logico dunque che ogni manovra di questo tipo vada pensata con attenzione. Per gli Usa, poi, il rischio è che lo strappo con il 5G cinese evidenzi una volta di più i ritardi relativi nel campo da parte del loro settore scientifico e industriale. Biden non può non coordinare questi piani con gli ambiziosi progetti di costruzione di catene del valore autonome per la tecnologia, i materiali critici, i componenti strategici e con un’incentivazione della corsa alla nuova frontiera, il 6G, per poter giocare veramente alla pari nell’agone tech. La “battaglia dei giganti” continua: e mese dopo mese la nuova guerra fredda tra Usa e Cina ha sempre di più il suo epicentro nel controllo dell’infosfera e del terreno di caccia immateriale dei big data e della sicurezza tecnologica. Di cui il 5G è il fattore abilitante per eccellenza. Vero e proprio “Santo Graal” dei nostri giorni.